leggersileggendo











Immagine L’Urlo (o grido) di Edvard Munch (titolo originale norvegese Skrik), realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello: « Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. »

*** *** *** ***

Quando l’amico Fabio mi ha proposto di trovare, tra le mie letture, un romanzo che potesse essere accostato alla poesia della Nostra Alda Merini “Sono nata il 21 a primavera”, non ho esitato un istante: il mio pensiero si è subito materializzato in “Niente si oppone alla notte” della scrittrice francese Delphine de Vigan.

Alda racconta in versi la sua malattia. Delphine espone in prosa il suo rapporto con la madre Lucile, anch’essa malata.

Folli si nasce o si diventa? Non é certamente questa la sede per millantare conoscenze medico – scientifiche che non possiedo o per ricercare cause e origini di una malattia ancestrale e nello stesso tempo ancora così attuale.

Come dichiara nell’incipit della poesia, Alda scrive di essere nata folle. Tramite il suo racconto autobiografico, invece, Delphine ci descrive una madre che, nel tentativo di rimuovere un evento doloroso della sua infanzia/adolescenza, scappa dalla vita per rifugiarsi in un mondo alternativo, lontano, schermato ed inaccessibile.

Colpisce, in entrambe le opere, il richiamo alla natura come elemento coadiuvante nella descrizione metaforica della follia.

Alda nasce il 21 di primavera, stagione caratterizzata, per antonomasia, dal clima instabile. Non stupisce, quindi, che il cielo terso di primavera possa essere, all’improvviso, squarciato da una “tempesta”, così come l’apparente tranquillità di una persona possa essere scossa da sovvertimenti interiori. Analogamente, in “Niente si oppone alla notte”, l’autrice definisce la malattia mentale “questo sprizzare come un geyser di una protesta interiore timida e a lungo sepolta”, o ancora, come evidenzia lo stesso titolo del romanzo, la follia è paragonabile alla “notte”, buia, misteriosa ed incontrastabile.

Alda e Lucile: due donne diverse, ma nello stesso tempo accumunate dalla stessa passione per l’arte e dalla stessa voglia di amare e di sentirsi vive.

“SONO NATA IL VENTUNO A PRIMAVERA” di ALDA MERINI.

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera

Ho cominciato ad amare la poesia e la letteratura quando mi sono reso conto che esse costituiscono uno strumento potente che permette a ciascuno di noi di esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri più profondi; l’arte, come già aveva teorizzato Aristotele, è terapeutica proprio per la ragione fondamentale per cui la cultura non è mai distaccata dall’esistenza concreta delle persone, ma semmai ne rappresenta la massima espressione. Ed è un vero peccato – sia detto per inciso -, da un punto di vista pedagogico, che la scuola, cioè l’agenzia educativa a cui è conferita la missione ufficiale di trasmettere il sapere, non riesca a comunicare il nesso inscindibile tra cultura e vita: per la maggior parte degli studenti il sapere si identifica unicamente con un numero, quello del voto, con effetti talvolta deplorevoli per l’identità di soggetti che attraversano una fase delicata dello sviluppo psicologico. Sono infatti convinto che una delle fonti principali del disagio giovanile sia proprio quello di non possedere strumenti che permettano ai ragazzi e alle ragazze adolescenti di esprimere adeguatamente il proprio sé e, in modo particolare, il loro modo emotivo. Purtroppo però, sovente si ha come l’impressione che per la scuola la cultura sia solo il “pre-testo” e che lo scopo principale del suo esistere sia quello di veicolare, attraverso un silenzioso e latente processo di socializzazione e precisi dispositivi pedagogici, i principi cardini della (sotto)cultura della competitività, su cui il sistema economico occidentale neoliberista si fonda.

Dunque, in sintesi: unità di vita e cultura, letteratura e poesia come irrinunciabili strumenti linguistico – terapeutici della formazione umana. Ebbene, credo di potere affermare, senza esagerare, che Alda Merini sia una di quelle figure, all’interno del panorama poetico – letterario italiano contemporaneo, da cui tutto ciò traspare in modo particolarmente evidente. Lo dimostra, tra le altre, la poesia che desideriamo proporre all’attenzione dei nostri lettori, forse la più famosa della poetessa milanese.

L’esperienza che più di ogni altra ha connotato la biografia della Merini – la malattia mentale – è menzionata esplicitamente all’inizio ed è collegata alla sua nascita: “nascere folle”. Il lettore odierno che conosca anche solo in parte le teorie psichiatriche o psicologiche sulla formazione della malattia mentale, sussulterebbe: si ha come l’impressione infatti di sentire un’eco di alcune formulazioni ottocentesche, la cui tendenza si può sintetizzare nella formula secondo cui “folli non si diventa, si nasce”. Fatta salva la complessità oggi ampiamente riconosciuta alla malattia mentale e il ruolo fondamentale dell’ambiente, che non esclude una certa “predisposizione” ereditaria, occorre qui registrare ancora una volta che la sensibilità poetica riesce talvolta a cogliere aspetti che sfuggono allo scienziato: le esperienze che segnano, timbrandola, la nostra esistenza hanno quasi sempre una connotazione misteriosa, sono spesso il frutto di coincidenze e sembrano perciò scritte nel DNA del destino più che in un codice genetico. Non è un caso, allora – sembra affermare la nostra poetessa – che la sua nascita sia avvenuta proprio il 21 Marzo, all’inizio cioè di quella stagione (= la primavera) così carica sul piano simbolico, come del resto la follia; lo schiudersi delle “zolle”, allora, non fa rima con “nascere folle” solo per una questione stilistica: la rima è indice in questo caso di un legame “materiale” e di una “densità esistenziale” tra i due termini.

Un ulteriore elemento che farebbe scuotere il capo ad un’altra categoria di scienziati – i metereologi – e che parrebbe invece legato almeno indirettamente ad una sorta di ancestrale superstizione, è la relazione che questa lirica instaura tra l’apertura delle zolle e lo “scatenar tempesta”: dal punto di vista strettamente scientifico, tra le due cose non sussiste alcuna relazione di causalità. Confesso che per molto tempo sono rimasto perplesso anch’io di fronte a questi due versi, pur intuendo un significato profondo. Il senso di queste parole mi è divenuto più chiaro dopo avere letto qualche saggio di alcuni psicologi di scuola junghiana che hanno utilizzato le categorie della Psicologia del profondo come chiave ermeneutica per comprendere alcuni noti racconti della letteratura sapienziale ebraica: in modo particolare la loro attenzione è stata rivolta a Giobbe e a Giona. Sinteticamente, quei contributi mettono in evidenza come il ruolo della malattia mentale sia spesso legato ad un “sovvertimento” interiore (=”aprire le zolle”): si tratterebbe cioè di una sorta di “urlo della psiche” volto a rompere una situazione apparentemente equilibrata (“scatenar tempesta”), in realtà una trappola nevrotico – esistenziale divenuta intollerabile per il soggetto.

Del resto, anche se non è immediatamente notabile, tutta la lirica è costruita attorno a immagini contrastanti che riflettono un tentativo di “sovvertimento” – non a caso “aprire le zolle”, il verso più breve di tutto il componimento, figura come verso a se stante -: all’immagine dell’inizio della primavera e dell’apertura delle zolle, si contrappone quella della follia e della tempesta; la liberazione di Proserpina, e i “frumenti gentili” sono contrapposti al pianto ed alla sera; volutamente ambigua, invece, ritengo che sia la menzione della pioggia, che si contrappone sì a “tempesta”, ma che anticipa pure il pianto della sera di Proserpina: il personaggio mitologico (ri) nato, proprio come l’autrice del testo, a primavera (l’uscita dall’Ade, sottointesa, evoca l’espulsione dall’utero materno), non vede il sole, bensì la pioggia e, come la poetessa, cade nella “depressione serale”.

Eppure, anche in questo quadro tetro, emergono segni di speranza: la pioggia e i “grossi frumenti gentili” sono segni, seppur timidi, di quel sole primaverile che fa percepire almeno indirettamente la sua presenza anche quando non è visibile; e infine la “preghiera”, una preghiera che sembra fatta di sussulti e di lacrime, più che di parole. Ma, riallacciandoci ancora ai personaggi di Giobbe e di Giona, menzionati sopra, non si può non notare come le lacrime, il dolore – e in genere le esperienze emotivamente pregnanti – conoscano una potente trasformazione quando vengano portate al linguaggio, quando qualcuno riesca a dare loro espressione: così i due autori anonimi del Libro di Giobbe e del Libro di Giona inventano due personaggi per dare espressione a due esperienze diverse, ma accomunate da un analogo percorso di crescita umana e spirituale; Alda Merini dà invece voce alle lacrime di Proserpina (= il suo alter Ego) attraverso questa splendida lirica: la “tempesta” dell’anima, se non è cessata, almeno si è così potuta trasformare in una pioggia, lieve come l’eroina del mito.
FABIO CIGOGNINI

 

“NIENTE SI OPPONE ALLA NOTTE” DI DELPHINE DE VIGAN.

So benissimo che vi causerà dolore, ma tanto è inevitabile, prima o poi, e preferisco morire viva” – Lucile.

 

Niente si oppone alla notte” é più di un romanzo autobiografico.

È un vero e proprio percorso catartico di analisi e di introspezione psicologica, intrapreso dalla scrittrice, Delphine de Vigan, che, coraggiosamente, tenta di scavare le origini della tormentata vita della madre, alla ricerca della propria identità di figlia e di donna (cfr. “Niente si oppone alla notte”, Delphine de Vigan, pag. 211, Ed. Mondadori 2012: “Non so dire fino in fondo quale sia il senso di questa ricerca <…> ma più vado avanti, più ho l’intima convinzione che dovevo farlo, non per riabilitare, onorare, dimostrare, ristabilire, rivelare o porre rimedio a chissà cosa, solo per avvicinarmi. Sia per me stessa che per i miei figli – sui quali pesa, mio malgrado, l’eco delle paure e dei rimpianti – volevo tornare alle origini delle cose”).

Il percorso ha inizio con la tragica morte della madre, Lucile.

È proprio questo evento che fa scaturire nella scrittrice l’esigenza di scavare nel passato della sua famiglia per rivelare il mistero che, da sempre, Lucile ha rappresentato per lei, descrivendone, dapprima, attraverso i racconti, i diari e le fotografie reperiti dagli zii e dai parenti, l’infanzia, l’adolescenza e, in un secondo momento, la vita della donna e della madre, attraverso i suoi occhi di bambina, di ragazza e, a sua volta, di donna, costretta a crescere e a responsabilizzarsi troppo in fretta.

La scrittrice sente su di sé il peso di un ineluttabile destino familiare (cfr. “Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag. 211, Ed. Mondadori 2012: “<…> oggi ho la forza di soffermarmi su quel che mi attraversa e talvolta mi invade, perché voglio sapere cosa tramando, perché voglio smettere di avere paura che ci capiti qualcosa come se vivessimo sotto l’influsso di una maledizione, voglio poter godere della mia fortuna, della mia energia, della mia gioia, senza pensare che qualcosa di terribile ci annienterà e che il dolore ci attenderà nell’ombra, sempre”).

Il dolore, che Delphine intende esorcizzare con la scrittura, é sempre stato protagonista dell’esistenza di Lucile ed, inevitabilmente, della vita delle sue figlie ed affonda le sue radici in un segreto inconfessabile, quanto terribile, che si annida nella famiglia d’orgine, una famiglia numerosa, gioiosa, a tratti originale, capace di mostrarsi, agli occhi esterni, unita anche davanti alla morte e alla tragedia.

È in questo contesto che la bambina Lucile, sin da subito connotata dalla sua singolare bellezza, cresce, lasciandosi alle spalle un’infanzia, destinata a restare volutamente incerta ed oscura, per trasformarsi in una giovane donna ammirata e desiderata dagli uomini.

L’unico elemento certo e percettibile è la sofferenza che, silenziosamente, Lucile porta nel cuore e lascia trasparire dai suoi occhi, quella sofferenza, quel senso di colpa e di vergogna che la conducono alla follia e al delirio, costringendola, per tutta la vita, a restare in precario equilibrio sull’orlo dell’abisso, a metà strada tra la realtà e l’immaginario.

Quella sofferenza che costringe le figlie e, in particolare, Delphine, la maggiore – voce narrante – a crescere in fretta, ad assumere il ruolo della madre, per poter badare all’incolumità della stessa e alla sicurezza della sorellina Manon, nonché a confrontarsi con il fantasma di una malattia, altamente distruttiva ed alienante: la malattia mentale, “Questo sprizzare come un geyser di una protesta interiore timida o a lungo sepolta, l’espressione improvvisa e brutale del rifiuto, da quel momento in avanti, di lasciarsi manipolare o distruggere, che si traducono in una sfasatura di tono, in un’altezza di suono insopportabili ad un orecchio normale” (“Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag, 249, Ed. Mondadori 2012). Toccanti e profonde sono le parole con cui la scrittrice, all’epoca dei fatti diciassettenne, descrive lo stato di alienazione che colpiva la madre periodicamente: “Lucile assomigliava a tutti quelli che assumono dosi massicce di neurolettici, lo sguardo è identico, si atteggiano allo stesso modo, i gesti sembrano meccanici. Sono lontani, come schermati dal mondo, nulla sembra poterli raggiungere, le loro emozioni sono trattenute, regolate, controllate” (cfr. “Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag. 207, Ed. Mondadori 2012).

E’ vero, Lucile cade più e più volte, ma, più e più volte, trova il coraggio di rialzarsi, di rimettersi in gioco, per amore delle figlie, per riuscire a dare e ad avere fiducia, in altri termini, per il desiderio di ritornare ad essere viva.

Quella di Lucile resta comunque una straordinaria prova di forza contro un destino ineluttabile che incombe, sempre, perché “Niente si oppone alla notte”, se non il desiderio di restare vivi.

E Lucile ha voluto opporsi alla follia (emblematicamente paragonata alla Notte) che, come la morte, ti porta a sfuggire dalla vita, nell’unico modo che conosceva possibile.

Lucile é morta quando e come desiderava, cioé consapevole di essere viva.

Non sono a sindacare se la scelta di Lucile sia stata o meno una scelta coraggiosa.

Certamente non si può che essere d’accordo e condividere, tutti, il coraggio di una figlia di affrontare il dolore della malattia, di ricercare le origini del dolore per liberarsene e trasformarlo in amore, di scavare nel passato, anche a costo di rendere pubbliche questioni attuali e scottanti, per capire il presente ed affrontare il futuro.

Un libro, un’emozione che consiglio.
STEFANIA BERNUZZI

 



{23 aprile 2014}   Buon libro a tutti!

Oggi e’ la giornata mondiale del libro e dei diritti d’autore!



{22 aprile 2014}   Spunti di lettura ..

Eccoci Amici!
Tra qualche giorno non perdetevi il confronto da due realta’ autobiografiche: il romanzo “Niente si oppone alla Notte” della scrittrice Delphine de Vigan, che ho avuto il piacere di scoprire l’anno scorso e “Sono nata il 21 a primavera” poesia della Nostra Alda Merini che ci illustrera’ l’amico Fabio.



{31 dicembre 2013}   BUON 2014!

L’amico, collaboratore di questo blog, Fabio Cigognini, non poteva scovare un messaggio migliore, foriero di speranza per l’anno nuovo che e’ ormai alle porte.
“Ecco, o futuro, sono salita in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai Pennoni delle torri di citta’ non ancora fondate? Quali fumi di devastazioni dai castelli e dai giardini che amavo? Quali impreviste eta’ dell’oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagati a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro…” (Italo Calvino, “Il Cavaliere Inesistente”).

Dedicato a chi non si arrende difronte alle avversita’ della vita. Il vincitore, del resto, non e’ colui che non smette mai di rincorrere i propri sogni?!?



{20 dicembre 2013}   E’ NATALE …………….

 

Amici, per augurarVi Buon Natale non trovo modo migliore che rubare questa frase all’autore di uno dei più celebri e commoventi racconti natalizi….

Ci sono molte cose, credo, che possono avermi fatto del bene senza che io ne abbia ricevuto profitto e Natale è una di queste…un periodo di gentilezza, di perdono, di carità, di gioia…nel quale uomini e donne sembrano concordi nello schiudere liberamente i cuori serrati e nel pensare alla gente che è al di sotto di loro come se si trattasse realmente di compagni nel viaggio verso la tomba, e non di un’altra razza di creature in viaggio verso altre mete

Onorate il Natale e cercate di tenerlo con Voi tutto l’anno!!

Fanny77



{6 dicembre 2013}   Oggi mi sento romantica…

“Perche`siete in viaggio?” disse lasciando cadere la mano che stava per appoggiare alla colonnina. E sul suo viso splendevano l’animazione e una gioia incontenibile. “Perche’ sono in viaggio?” ripete` egli guardandola proprio negli occhi. “Voi lo sapete, io sono in viaggio per essere dove siete voi” disse “non posso fare altrimenti”.

Amici spero che qualcuno di voi abbia ricevuto una dichiarazione d’amore simile…
Ma chissa’ chi sono i protagonisti di questo incontro romantico??? Per ricordare un po’ della “galanteria” e del corteggiamento dei tempi che furono..recentemente rivisitato anche in TV..piu’ facile di cosi?!?



{2 dicembre 2013}   E se facessimo un gioco..

Buongiorno!
In attesa della prossima, imminente recensione, mi piacerebbe interagire con i visitatori del mio blog…a tal fine ho pensato ad un gioco..ogni settimana annotero’ una frase, tratta da un libro letto, il cui contenuto riflettera’ un po’ quello che di volta in volta potra’ essere il mio stato d’animo..chi vuole partecipare dovra’ scrivere da quale libro e’ stata tratta la frase annotata!E..mi raccomando non si bara!Non sono ammessi supporti informatici che possano aiutare a formulare la risposta corretta!Ovviamente aspetto anche le Vostre di frasi e/o i Vostri versi di poesia per poter mettere alla prova la “mia personale biblioteca di testa”!
A presto
Fanny 77
-SB-



“LES AMANTS” o “GLI AMANTI”, Magritte
(1928, olio su tela, 54×73 cm, New York, Richard S. Zeisler Collection)

OPERE A CONFRONTO

Il Romanzo

IL DANNO”,

Josephine Hart, Ed. Feltrinelli – 2011

Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore.

È finita.

Altri saranno più fortunati.

Auguro loro ogni bene” (cfr. pg. 167).

La poesia

AMANTI

Che mi riserva rivederti amore

quale viaggio t’hanno dato i venti?

L’oscuro avvolge questi giorni chiari

circola forse in questa luce densa

qui dove a macchie dondolanti o ferme

filtra oro ed il vino matura.

Spicco dal cielo questo frutto splendido

chiudo gli occhi su quel che porta seco

o lo stare sulle spine

o il dirsi addio a cuore gonfio

questo tempo nel tempo senza fine …

(Mario Luzi)

Jacques Lacan, personalità controversa della storia della Psicanalisi, asseriva che “l’amore è per sua natura anti istituzionale”. La sentenza lapidaria del grande psicanalista francese potrebbe costituire un riassunto plausibile, e al tempo stesso una sorta di sintetico commento, al libro della Hart ed alla poesia di Luzi che abbiamo scelto di accostare ad esso, cercando di cogliere, approfondendola, almeno una delle tante tematiche che il volume della scrittrice irlandese propone.

Un elemento  che accomuna le due opere – e che costituisce pure il cuore dell’intuizione lacaniana – è infatti un modo particolare di leggere un’esperienza molto comune, quella dell’”amore clandestino” che, proprio per il suo carattere di clandestinità, è solitamente interpretato molto superficialmente sia dai “progressisti”, per i quali diventa una delle bandiere da issare a favore della tesi della relatività culturale dei valori, sia dai “conservatori”, per cui risulta essere l’emblema dell’assenza di valori e del decadimento morale del mondo.

La chiave di lettura proposta dalla nostra scrittrice,  che emerge anche dalla lirica del celebre poeta fiorentino, ha il pregio di oltrepassare il livello morale, per cogliere invece il dato psicologico ed esistenziale in tutta la sua profondità. In quest’ottica, anche un “amore clandestino”, proprio perché la natura vera dell’eros consiste  nel suo essere anti istituzionale, può trasformarsi in un’esperienza di conoscenza profonda di sé e di reciproca “redenzione”.

Prima di avvicinare il testo di Luzi nel tentativo di offrire ai lettori una delle possibili interpretazioni, è opportuno attirare l’attenzione sul fatto che il termine “amore” conosce diverse sfumature di significato, diverse accezioni. I Greci addirittura usavano tre vocaboli differenti per indicare l’esperienza amorosa. Ora, è degno di nota che sia ne “Il danno”, sia in “Amanti”, oggetto del discorso è l’amore passionale, l’eros, appunto, che si esplicita in maniera traboccante, in modo particolare, nella fase dell’innamoramento. Ritengo che sia da porre in rilievo questo dato, poiché, a parer mio, oggi si pensa di sapere parecchio sull’eros, tutti sembrano competenti in materia e ci viene continuamente proposto in varie declinazioni, ma, come tutte le realtà inflazionate, anch’esso è destinato ad essere destituito di valore. Un valore che proprio la penna dello scrittore o del poeta può restituire (Fabio Cigognini)

 “IL DANNO”, J. Hart – Ed. Feltrinelli 2011

 “Lui, lei, l’altra. Questo triangolo mi ha affascinato <…..>. La trama senz’altro mi affascinava. Per la sua morbosità, forse; per il senso di tragedia che vi si respira. Per quel correre a perdizione che descrive così bene. Una storia piena di zone buie, di sottintesi. Pensavo che quei silenzi, lo sguardo che si sostituisce alle parole, fossero l’ideale requisito per un racconto cinematografico. E poi c’era l’Inghilterra che, nonostante la modernizzazione conserva una grande repressione delle emozioni <…>. una storia come il danno poteva svolgersi solo qui” (cfr. http://archivio storico.corriere.it/1992/giugno/25, “Chi dice donna dice danno”, articolo di Servadio Gaia, intervista al regista francese Louis Malle).

A parlare è il regista francese Louis Malle in occasione della presentazione del suo film “Fatale” (cfr. 1992 – “Damage” nella versione inglese), trasposizione cinematografica del romanzo di Josephine Hart “Il Danno”.

Eccellente cast, sapiente regia che evita di rendere banale quella che, a prima lettura, potrebbe sembrare una delle tante storie di tradimenti e di verità nascoste. Ne consiglio la visione in dvd a chi, dopo aver letto il romanzo, avverta la curiosità di assegnare un volto ai personaggi creati dalla penna della Hart.

Il Danno” è il racconto, nero su bianco, in prima persona, dell’esperienza vissuta direttamente dal protagonista, Dr. Stephen Fleming.

Quando il protagonista inizia la narrazione degli eventi, “Il Danno” si è già verificato.

Per questo, sin dalle prime pagine del romanzo, emerge un tangibile senso di tragedia e di ineluttabile distruzione. Il lettore ha, da subito, gli strumenti per capire che non si tratterà di una storia “a lieto fine”, bensì di un dramma psicologico.

Dicono che l’infanzia é formativa, che quelle prime influenze sono la chiave di tutto” (cfr. “Il Danno”, Josephine Hart, pag. 7, Ed. Feltrinelli, 2011).

L’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza del protagonista sono dominate dalla forte e schiacciante personalità del padre Tom (cfr. “La mia vita da bambino e da ragazzo sembra immersa in una nebbia, permeata dalla forza costante della presenza di mio padre”, cfr. Il Danno”, Josephine Hart, pag. 8, Ed. Feltrinelli, 2011). Stephen è cresciuto tenendo presente il motto paterno: “Decidi quello che vuoi fare e fallo”.

Così diventa medico; è il marito fedele di una bella moglie, Ingrid, “una donna completa”; è il padre  di due figli “perfetti ed amati”, Martyn e Sally; intraprende con successo la carriera politica (cfr. Il Danno”, Josephine Hart, pagg. 11/12, Ed. Feltrinelli, 2011).

La sua esistenza é solo lo spettro dell’esistenza – pressoché perfetta – che chiunque avrebbe desiderato.

In questa parvenza di armoniosa perfezione e normalità, si avverte, tuttavia, una nota stonata: la mancanza di passione, di trasporto (cfr. “La passione che trasforma la vita, e l’arte, non sembravano appartenermi” – Il Danno, Josephine Hart, pagg. 18, Ed. Feltrinelli, 2011).

La vita di Stephen Fleming scorre così, da sempre, serena, ma parallela a quella di sua moglie (cfr. “Durante tutti questi anni la mia vita e la sua avevano marciato lungo rette parallele. Eravamo una coppia di persone civili, che con serenità si avvicinavano ai loro anni più tardi” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 23, Ed. Feltrinelli, 2011) e dei suoi figli, come se la distanza emotiva potesse, in qualche modo, preservare quello stato di precario equilibrio costruito su un insieme di regole, in virtù di una sorta di formula, che, per essere appresa, richiede solo intelligenza e determinazione (cfr. “Forse avevamo imparato che la vita poteva essere organizzata a proprio vantaggio; ciò richiedeva solo intelligenza e determinazione; un sistema, una formula, un trucco” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 12, Ed. Feltrinelli, 2011).

In questo mondo, dunque, si è rifugiato Stephen per non affrontare, o meglio, per placare la sua paura: “paura dell’amore, paura di una certa intemperanza che esso potesse scatenare” in lui (cfr. Il Danno, Josephine Hart, pag. 11, Ed. Feltrinelli, 2011), finendo, così, per ricoprire una serie di ruoli (marito/padre/medico/politico) senza mai riconoscersi veramente in nessuno di essi.

Così facendo Stephen tenta di eludere la tensione vitale, raggiungendo quel compromesso di cui parla Jung nei suoi scritti, allorquando, conformandosi al ruolo approvato dalla collettività e irrigidendosi in esso, l’individuo rifiuta di ascoltare i propri bisogni interiori che, dall’inconscio, cercano di far sentire la loro voce per essere accolti dalla coscienza (cfr. “Il nostro equilibrio mentale dipende essenzialmente dalla nostra ristrettezza di vedute: la capacità di selezionare gli elementi decisivi per la sopravvivenza, mentre si ignorano le grandi verità. Così vive l’individuo la sua vita quotidiana, senza prestare l’attenzione dovuta al fatto che non ha alcuna garanzia del domani. Egli cela a se stesso la consapevolezza che la sua vita è un’esperienza unica, che si concluderà nella tomba; che a ogni secondo cominciano e finiscono vite uniche come la sua. Questa cecità consente la trasmissione di un certo modello di vita, e tra quelli che lo mettono in dubbio pochi sopravvivono” - Il Danno, Josephine Hart, pag. 46, Ed. Feltrinelli, 2011).

Tuttavia, come in natura, i più tranquilli e piacevoli panorami possono essere sconvolti dalle tempeste, allo stesso modo, anche il più mite dei cuori umani può essere colpito da eventi tali da scatenare delle vere e proprie tempeste emotive.

La tempesta emotiva che ha colpito Stephen Fleming porta il nome di Anna Barton, la nuova fidanzata, nonché futura sposa del figlio Martyn.

Non si tratta, tuttavia – come facilmente è dato desumersi dai connotati che la descrivono (cfr. “La donna che mi stava di fronte era alta, pallida, con neri capelli ondulati tagliati corti e pettinati all’indietro. Indossava un tailleur nero e non sorrideva affatto” – Il Danno, Josephine Hart, pagg. 24-25, Ed. Feltrinelli, 2011) e dall’aura che l’accompagna (cfr. “Il suo corpo, fasciato di nero quel giorno sembrava più lungo, un po’ sinistro, spaventoso addirittura <….>” – Il Danno, Josephine Hart, pagg. 24-25, Ed. Feltrinelli, 2011) della donna angelica, ricordo del movimento poetico del Dolce Stil Novo, capace di sublimare il desiderio maschile, bensì, piuttosto, di una dark lady, dai tratti – oserei dire – quasi vampireschi, che, del personaggio stereotipato del genere noir, possiede tutte le caratteristiche: sensuale, seduttrice, non necessariamente malvagia, ma certamente pericolosa e “dannatrice”.

Sin da subito è evidente il confronto/scontro tra la moglie Ingrid, bionda, tranquilla, bellissima, in grado di infondere pace e sicurezza, a tal punto da divenire per il protagonista l’dealizzazione per eccellenza della donna angelo, che, proprio per la sua perfezione, raramente si riesce ad amare di un amore terreno e passionale e l’amante Anna, mora, inquieta, misteriosa, androgina, dal potere tenebroso, capace di sedurre l’uomo, come una droga e di portarlo alla distruzione (cfr. “La mia strada era chiara. Sapevo di essermi lanciato a capofitto verso la distruzione” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 52, Ed. Feltrinelli, 2011).

L’incontro con Anna produce in Stephen un “danno” (cfr. “Ma così intenso fu il dolore che mi attraversò, che compresi di aver già subito un danno vero e proprio” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 27, Ed. Feltrinelli, 2011).

L’incontro con Stephen rappresenta per Anna la sua salvezza.

In questo gioco di Eros e Thanatos, entrambi muoiono e rinascono.

Stephen, attraverso Anna, conosce il suo vero io, avverte per la prima volta il dolore e perde la sua anima, irrimediabilmente, in un viaggio senza ritorno. Non resta per lui più niente da scoprire, più niente da salvare e più niente da perdere. La sua vita, la sua nuova vita, è terminata nel momento stesso in cui ha incontrato Anna. Di questo ne è consapevole. Il prezzo che ha dovuto pagare per essere veramente se stesso e per assaporare il livello massimo di piacere é stato alto (cfr. “<…> avevo aperto la porta ed ero entrato nella mia cripta segreta <…> ero caduto sempre più in basso e mi ero librato sempre più in alto, all’interno di una singola realtà: l’abbacinante esplosione da cui era uscito il mio vero io” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 38, Ed. Feltrinelli, 2011; cfr. “E intorno ad ogni mio incontro con lei girava questo nastro di certezza: che la mia vita era già finita. Era finita nell’istante in cui l’avevo vista per la prima volta” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 37, Ed. Feltrinelli, 2011).

Anna, attraverso Stephen, salva la sua anima, da se stessa, così interrompendo quel processo inconscio di coazione a ripetere che, sino ad allora, l’aveva indotta a rivivere situazioni penose nel tentativo di trovare una possibile soluzione e liberazione dai fantasmi del passato  (cfr. “Anna mi ha parlato della sua relazione con lei. Lei faceva parte del processo di guarigione. Ne era una parte di vitale importanza.” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 160, Ed. Feltrinelli, 2011).

Anna riesce a svincolarsi dalla prigionia dei ricordi e dalle catene del dolore ed é libera, libera di iniziare la sua nuova vita, non più come donna pericolosa, bensì come moglie e madre di famiglia.

Consapevole che ci sarebbe molto altro da aggiungere sul rapporto tra padre e figlio, tra marito e moglie, tra l’essere e l’apparire – tematiche, peraltro molto attuali, che fanno da sfondo alla tormentata storia dei due amanti – vorrei, tuttavia, concludere questa mia breve riflessione richiamando l’incipit del romanzo, nel quale viene svelato il senso dell’intera esperienza vissuta dal protagonista: la ricerca della giusta strada interiore che conduca l’uomo a trovare il proprio posto nel mondo.

C’é un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita < ….> Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare e scoprirsi ristorati nel deserto < … > Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima e trovare finalmente il nostro posto” (cfr. Il Danno, Josephine Hart, pag. 5, Ed. Feltrinelli, 2011).

 - Stefania Bernuzzi -

 “AMANTI”, Mario Luzi

La lirica si apre in un clima di trepidazione dovuto all’incertezza di cosa possa riservare il rivedere la persona amata. Trapela una specie di distorsione temporale tipica dell’esperienza passionale; interessante è anche il fatto che, in questo contesto, si parli subito di un “viaggio”: la domanda che il poeta rivolge all’amante/amata riflette una condizione che, come si vedrà successivamente, sta vivendo egli stesso, quella del  viaggio interiore, reso possibile dalle forti passioni che si sono scatenate nell’animo degli amanti.

Splendida è poi l’immagine seguente, quasi dantesca nella dinamica interna che rivela: l’immersione in una luce quasi divina (“questi giorni chiari”/”luce densa”) è avvolta da una misteriosa oscurità. La “mirabile visione”, per citare il nostro sommo poeta, è sempre intrecciata agli “abissi oscuri”: l’oscurità circola nella luce densa.

Ambigua – ermetica verrebbe da dire – è l’immagine che chiude la prima strofa. Io credo che la funzione principale della poesia sia quella di suscitare una “corrispondenza di amorosi sensi” (U. Foscolo); in altri termini, penso che la poesia sia uno strumento privilegiato per smuovere le nostre emozioni profonde, dare loro un nome e, in tal modo, poterle rielaborare. L’ambiguità – o la polisemia del verso, se preferiamo – è allora un mezzo prezioso capace di agire in tal senso. Lasciando ai lettori la propria personale interpretazione, desidero semplicemente attirare l’attenzione sull’ “oro” e sul “vino” che “matura”: un metallo prezioso ed una inebriante bevanda(!) che ha bisogno di   maturazione …

La seconda strofa si apre con la rappresentazione di un “frutto splendido” che viene colto “dal cielo”. Dunque, il viaggio interiore, reso possibile da un’esperienza così travolgente, presenta ora il suo “frutto” che è quasi un dono divino (“cielo”, che richiama i “giorni chiari” e la “luce densa” della prima strofa): il chiudere gli occhi, che segue immediatamente, non è forse l’indicazione esplicita dell’interiorità dell’esperienza?

L’incertezza che apriva la lirica si ripresenta ora, in conclusione, sotto le vesti della precarietà, tipica del rapporto tra due amanti, in bilico tra il continuare la relazione  (= ”lo stare sulle spine”) o il troncarla, cosa che, peraltro, comporterebbe in ogni caso portare dentro di sé il lascito indelebile che tale rapporto inevitabilmente comporta (= il “cuore gonfio”, emblema di una condizione traboccante che non può non   lasciare un segno).

Proprio per tale motivo, sia “Il danno” che “Amanti” insistono sull’”interiorità”: l’amante non potrà mai ignorare l’esistenza dell’amata, causa primaria che ha innescato il viaggio nelle profondità chiaroscure della sua anima. Per questa ragione il tema dell’”essere dentro” percorre tutto il testo di Mario Luzi e come i “giorni chiari” vivono dentro “l’oscuro” che li avvolge e l’oscuro, a sua volta, esiste all’interno di una “luce densa”, così l’immagine indelebile dell’altro/a, che i due amanti portano tatuata nel cuore, apre le loro vite ad un’esperienza, in senso ampio, “religiosa”, che si potrebbe definire “redentiva” e che, per sua natura, è sempre accompagnata dalla dimensione della “croce”, vale a dire, fuor di metafora, dal dolore e dalla sofferenza, indispensabili per un’autentica trasformazione: è “il danno” nel caso del romanzo della Hart, sono “le oscurità”, “le spine” e il “cuore gonfio” della poesia di Luzi.  Anche “questo tempo”, dunque, è “dentro” un tempo eterno. Proprio per tale ragione, credo, la lirica termina con tre puntini di sospensione, particolarmente appropriati per indicare la “dinamica circolare”, “interiore” e “divina” allo stesso tempo, dell’amore passionale e “clandestino”.

In conclusione è bene forse precisare che le riflessioni che ho cercato di sintetizzare in queste poche righe, per forza di cose schematiche, non intendono certamente essere – per parafrasare il sottotitolo di una nota opera dell’analista junghiano Aldo Carotenuto – una sorta di “apologia del tradimento”; esse cercano invece di mettere in luce la forza e la pregnanza del linguaggio poetico e letterario, capace di rappresentare e di dare voce alle emozioni profonde e dunque di costituire per gli esseri umani un efficace strumento di interpretazione e rielaborazione delle vicende più significative – gioiose e/o tristi – dell’esistenza.

 - Fabio Cigognini -



{26 ottobre 2013}   Indagine ….

Buongiorno!

riparte il blog “leggersileggendo” .
L’assenza prolungata è giustificata dall’esigenza di rinnovarne l’impostazione iniziale.
In questi mesi, infatti, è avvenuto un incontro: l’incontro tra prosa e poesia.
Da questo incontro è scaturito il progetto di accostare ad ogni romanzo recensito una poesia, parimenti recensita, che evochi e traduca in versi le emozioni e i sentimenti raccontati in prosa.
Lo scopo resta quello, ardito, di imparare a “leggersi” leggendo, con l’ausilio di qualche strumento aggiuntivo e- per chi ne ha l’ambizione – anche di imparare a scrivere attraverso la lettura degli autori e poeti consigliati, con la consapevolezza che “prima di imparare a scrivere”, così come prima di imparare a “leggersi” occorre guardarsi “nell’acqua del sentimento” (Alda Merini, “Bambino”).
Che dire … non mi resta che augurarVi una buona “nuotata”!

Stefania



E vissero felici e contenti”: questo è l’epilogo di ogni favola che si rispetti.

Ma qual è la formula per poter vivere felici e contenti?

Massimo Gramellini ne suggerisce una nel primo dei suoi romanzi, intitolato, per l’appunto, “L’ultima riga delle favole”: la felicità si raggiunge solo dopo aver appreso la legge dell’amore, attraverso un percorso iniziatico, che porterà il protagonista, Tomàs, a far pace con la sua anima, a volersi bene e a provare il desiderio di cambiare (cfr. XXIV, pg. 132 “Chi non si vuole bene attira solo pensieri che lo faranno star peggio. E chi si ama in modo sbagliato incontrerà solo persone che lo ameranno per ragioni sbagliate. È la legge dell’amore e non ammette eccezioni. Poiché tu l’hai calpestata, sei destinato a tornare indietro e a ricominciare da capo”, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Tomàs appartiene alla categoria dei “disertori sentimentali” (e come tale viene definito dall’autore, cfr. Cap. II, pg. 17, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012), cioè di coloro che, dopo aver riempito le donne di attenzioni, al momento di concludere,si ritraggono, terrorizzati, nascondendosi dietro scuse e bugie poco credibili.

Così accade anche quando Tomàs incontra Arianna, “il genere di donna” di cui “avrebbe potuto innamorarsi” e dalla quale era necessario “darsela a gambe”, “sparire,prima che fosse troppo tardi” (cfr. Cap. II, pg. 15, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Come un vero serial Killer, Tomàs abitava il suo cuore da solo” (cfr. Cap. II, pg. 17, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Ma perché si dovrebbe scappare da una persona che si desidera? Per paura di perderla, prima ancora di viverla, per paura di soffrire, dopo averla persa, o, ancora, per la paura di non essere più in grado di provare quel sentimento autentico chiamato Amore?

Tomàs troverà la risposta al dilemma “Alle Terme dell’Anima”, dove vengono accolti dalla Vestale Nera – Stella Maris – e da una serie di altri personaggi – I Maestri delle Terme (che sembrano uscire da una specie di nuovo “Paese delle Meraviglie”) – coloro che “scappano dalla vita, ma covano un desiderio non realizzato in fondo al cuore” (cfr. Cap. IV, pg. 28, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Inizia così il percorso di purificazione e di rinascita di Tomàs che, assistito dai Maestri delle Terme, verrà posto nella condizione di trovare la chiave per aprire la gabbia che, per anni, ha imprigionato il suo cuore e di disporre degli strumenti e delle conoscenze necessari per uscire dal labirinto della propria esistenza (cfr. Cap. IX, pg. 53, “Avrai bisogno dei maestri delle Terme, che ti insegneranno a liberare la tua anima dal labirinto in cui l’hai rinchiusa”, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012; cfr. Cap. XL, pg. 210, “Questo labirinto è il tuo corpo. E tu sei l’energia che scorre dentro di esso …”, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012), popolato da paure e fantasmi del passato, impadronendosi nuovamente, con consapevolezza, dopo una specie di morte temporanea, della propria vita e realizzando così il desiderio “più ardito” (cfr. Cap. IV, pg. 28, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012): trovare l’anima gemella in Arianna, quella stessa Arianna dal quale era inizialmente fuggito (cfr. Cap XXIX, pg. 158, “…Dovrai perdermi … per ritrovarmi…”, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Non a caso il punto di partenza e di arrivo del viaggio esistenziale di Tomàs porta il nome di Arianna, nota figura mitologica che ha protetto e illuminato il percorso di Teseo all’interno del labirinto di Cnosso. E non a caso il filo che, nella narrazione mitologica, Arianna ha dato a Teseo, consentendogli di trovare l’uscita dal labirinto, rappresenta il cordone ombelicale che unisce l’uomo all’utero materno, come a volerne simboleggiare la rinascita (cfr. Cap. XLVIII, pg. 242 “Per amare dovrò rinascere?”, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

La figura materna, del resto, è un motivo conduttore ricorrente nella scrittura di Gramellini, che rimane sullo sfondo – pur interpretando un ruolo fondamentale – nel “L’ultima riga delle favole”, per trovare, infine, pieno sviluppo nel successivo romanzo autobiografico “Fai bei sogni” (Ed. Longanesi, 2012).

La morte precoce di una madre é la madre di ogni abbandono… non ti corazza da quelli che arriveranno in seguito … ma ti insegna a dare la giusta importanza all’amore … a non scappare quando l’incontri …e a batterti fino allo stremo per mantenerlo in vita… ” (cfr. Cap. XXXI, pg. 167, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Ed è proprio la madre che, poco prima di morire, racconta a Tomàs, ancora bambino, la favola “che contiene il segreto di tutte le cose” (cfr. Cap. XLI, pg. 214, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012): la “Bella e la Bestia”.

Tomàs non era mai riuscito a perdonarsi di aver ceduto al sonno prima dell’ultima riga. Da allora aveva incominciato a detestare le favole, la Bella e la Bestia in particolare: si era sempre rifiutato di sapere come andava a finire” (cfr. Cap. XLI, pg. 214, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012), vale a dire si era sempre rifiutato di sapere come trovare la propria anima e, di conseguenza, l’anima gemella (cfr. Cap. XIX, pg. 106 “L’amore è una meta che si raggiunge in due, a condizione di aver trovato la strada da soli”, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

I Maestri delle Terme hanno insegnato a Tomàs a liberarsi dai sensi di colpa, a volersi bene, ad essere più leggero”, risvegliando in lui “l’amore che lo avrebbe trasformato in uomo” (cfr. Cap. XLI, pg. 215, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012; cfr. Cap. XXIV, pg. 133 “Cerca le tue qualità positive ed espandile. Poi liberati dalla zavorra dei sensi di colpa e sostituiscili con il senso di responsabilità. Così incomincerai a volerti bene per quello che sei, ma proverai anche il desiderio di cambiare. Amare il prossimo sarà una conseguenza”, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Ed è a questo punto del suo pellegrinaggio che Tomàs ritrova la propria anima sotto le sembianze di una giovane donna velata, dagli zigomi alti e dai capelli corvini, in tutto per tutto simile ad Arianna, che si impossessa della sua persona, “compenetrandosi con essa fino a scomparire” (cfr. Cap. XLI, pg. 218, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012; “Che fine ha fatto la mia anima? Siete tornati insieme” cfr. Cap. XLIII, pg. 226, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Dopo il labirinto, simbolo per eccellenza del cammino esplorativo dell’esperienza individuale di ciascuno, di ritorno all’origine e di rinascita, l’Autore introduce un altro elemento emblematico: la coppa dorata che l’anima femminile di Tomàs impugna con la mano destra, contenente acqua di fuoco.

Nella simbologia di tutti i tempi, la coppa rappresenta metaforicamente la donna, come contenitore della vita (acqua di fuoco), il principio femminile, che unito al principio maschile, è in grado di procreare.

Ne consegue che “L’Amore non condiviso evapora” . Se non si vuole che ciò accada, “è indispensabile che il Tuo Io affoghi al più presto in un Noi” (cfr. Cap. XLII, pg. 219, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012). “L’Amore umano non è la semplice somma di due Io. È una creatura autonoma, il cui nome è Noi. Se la coppia costruisce progetti, non conoscerà le rughe del tempo, perché il maschio e la femmina non saranno più due, ma una cosa unica” (cfr. XXVII, pg. 147, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Da qui la rivisitazione da parte di Gramellini del concetto filosofico/trascendentale di anima gemella secondo cui “ogni maschio ha una femmina dentro di sé” “e ogni femmina un maschio” (cfr. Cap. XLIII, pg. 227, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012): l’energia femminile (yin) che sprigiona dall’anima di ciascun uomo desidera fondersi con l’energia maschile (yang) corrispondente che si trova dentro ciascuna donna. “È questo il gioco eterno dell’amore” . “L’amore è una calamita che entra in azione quando il tuo esterno è la copia dell’interno di un’altra persona. Solo incastrandoti con lei ti sentirai completo” (cfr. Cap. XLIV, pg. 229, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012).

Divenuto spettatore di se stesso, Tomàs ha riconosciuto in Arianna la copia della propria anima (cfr. Cap. XLIV, pg. 231 “Il sorriso è una delle porte dell’anima e Arianna è la mia …”  L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012), perché “chi incomincia a cercare ciò che ama, finirà sempre per amare ciò che trova” (cfr. epilogo, pg. 257, L’ultima riga delle Favole, Massimo Gramellini, Ed. TEA, 2012). 

Eccoci, finalmente, giunti all’ultima riga delle favole.

Se dopo la piacevole lettura di questo libro, qualcuno dovesse essersi imbattuto nell’Anima gemella … che  cosa si può augurare … se non di “vivere felici e contenti”!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefania



et cetera
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 116 follower