leggersileggendo











{4 aprile 2015}   Buona Pasqua

Uno spunto riflessivo tratto dal celebre film “Luci d’inverno” di Bergman, scelto dall’amico Fabio Cigognini, per augurare a tutti Buona Pasqua:
“Pensi, signor pastore, al Getsemani: tutti i discepoli si erano addormentati; non avevano capito nulla, ed egli rimase solo. La sofferenza dovette essere grandissima. Capire in quel momento che nessuno aveva compreso nulla… Ma non era ancora il peggio: quando fu inchiodato sulla croce e vi rimase, tormentato dalle sofferenze – lei, pastore, lo sa – esclamo': ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. Fu preso in quel momento da un grande dubbio, che prende anche noi esseri umani…; dovette essere quella la sofferenza più crudele: voglio dire il silenzio di Dio. Ma quel racconto finisce col silenzio o c’è una risposta? Non ricordo come finisce quel racconto”.

Cari Amici e Amiche del blog… Quale risposta date alla domanda posta dal grande regista svedese per bocca di uno dei suoi personaggi? 

Comunque riteniate che finisca quel racconto, a noi fa sempre piacere stimolare la riflessione della mente e i moti del cuore ed augurarvi Buona Pasqua!
Stefania&Fabio



Buongiorno Amici, visto che ormai San Valentino è alle porte …. se ancora non sapete cosa regalare alla Vostra dolce metà …Vi consiglio vivamente questa raccolta di componimenti poetici, scritta, non solo con la mente, ma anche con il cuore, dall’amico e collega di Blog Fabio Cigognini. Si tratta della Sua prima (e sicuramente non ultima, vista la bravura) pubblicazione. All’interno troverete anche una serie di commenti ad alcune delle più belle poesie, tra cui, con grande soddisfazione personale, anche il mio. Se non vi basta la copertina per convincervi …. date una sbirciatina alla mia recensione.. By Stefania!

FB_IMG_1422796181726

 

Prima che sia giorno” è una raccolta di 21 componimenti poetici che raccontano l’esperienza amorosa vissuta dal Poeta, esperienza che chiunque abbia amato, almeno una volta nella vita, si è trovato a condividere.

Che cos’è l’Amore? A questa domanda non può essere data una risposta universale.

Conosco persone che si amano e non stanno insieme; conosco persone che non si amano e stanno ugualmente insieme; conosco persone che amano l’ideale dell’amore; conosco persone che amano ciò che l’amore può regalar loro, il calore di una famiglia, la gioia di un figlio; conosco persone che egoisticamente amano la bellezza e null’altro cercano; conosco persone che semplicemente amano senza nulla pretendere e, a volte, in silenzio, senza essere ricambiate; conosco persone che, pur amando, hanno paura di amare.

Se, dunque, molteplici possono essere le esperienze vissute da chi ama, ha amato o amerà, in tutti i casi, unico è il viaggio che si intraprende: il viaggio verso la comprensione del proprio IO attraverso la condivisione del NOI.

Questo viaggio ha inizio con la conoscenza dell’altro/a che entra nella nostra vita come un fulmine a ciel sereno, come “ la luce di Hiroshima” (prima parte – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus), che, in modo improvviso e prepotente, sconvolge i cuori e annebbia la mente degli uomini.

In questa fase iniziale, il Poeta innamorato si sente perso, come “un nomade che percorre i deserti della sua anima” per raggiungere “il Grande Lago”, dove finalmente potrà trovare ristoro, perché ad attenderlo c’è il suo Amore. La distanza che lo separa dalla fonte di vita è fatta “del peso dei secondi, dei minuti, delle ore, dei giorni, dei mesi, degli anni, dei secoli, dei millenni … del peso di un tempo che non finisce”, o meglio, che sembra non finire mai (tratto dalla poesia “Nomade” – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte prima, pag. 20).

Gli innamorati sono come “stranieri, profughi, naufraghi che approdano sulle calde rive di vite” che appartengono ad altri (tratto dalla poesia “Amore Clandestino” – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte prima, pag. 22), con la speranza di poter immergersi “nei bui fondali” dell’anima amata per coglierne “i più profondi segreti” (tratto da “Una sera di settembre” – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte prima, pag. 17).

È questa, infatti, l’ambizione più difficile che si propone l’innamorato: conquistare non solo il cuore dell’amata/o, ma anche penetrare nella sua mente, comprendere i suoi comportamenti, interpretare i suoi più intimi desideri. Solo così, infatti, l’Io diventa NOI, l’amore lascia il posto alla complicità, alle affinità elettive, dove non occorrono le parole per spiegarsi, perché le parole mai dette, sono le cose che gli amanti hanno sempre saputo (tratto da “Le parole che non ti ho mai detto” – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte prima, pag. 15).

Come in tutti i viaggi, si parte sempre con una valigia piena di sogni e di aspettative e, come in ogni viaggio, c’è sempre il rischio che questi sogni vadano in frantumi, perché se l’Amore irrompe come un boato nella nostra vita (non a caso il paragone è con “La luce di Hiroshima” che dà il titolo alla prima parte della raccolta poetica), spesso il suo fragore può essere tale da lasciare, al suo passaggio, una cozzaglia di detriti.

Inevitabile allora è “La Caduta” (parte seconda – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus): le vite degli amanti “si danno appuntamento all’incrocio di strade che divergono” (tratto da “Senza parole” – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte seconda, pag. 29). Non resta, allora, che mendicare ricordi vissuti, nel tentativo di vestire e scaldare con essi il corpo ormai spoglio, mentre l’inverno, gelido e grigio, impietrisce il cuore e cala la notte che, come un demone, si impossessa dell’anima conducendola “sul ciglio di un abisso oscuro sottile quanto un filo” (tratto da “Demone del Sud”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte seconda, pag. 31).

Cade anche l’ultima foglia che muore con l’inverno, così come ogni speranza di rivedere chi se n’è andato (“Discesa agli Inferi”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte seconda, pag. 33). Resta il dolore, pungente, di chi, nel voler cogliere la sua rosa, si è inevitabilmente ferito con la sua spina (“Edera di dolore”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus – parte seconda, pag.35).

Questa è la vita e, nella vita, le stagioni passano: l’inverno è destinato a finire, la primavera a sbocciare, la notte a lasciare il posto a un nuovo giorno.

Il viaggio del Poeta continua verso “Terre lontane” (parte terza – “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus), alla ricerca di quel nuovo IO che, smarritosi nel NOI, si è ora arricchito dell’altrui indimenticabile esperienza. Anche il dolore provocato dall’assenza dell’amata/o si trasforma, con il tempo, in frammenti che si scrivono indelebilmente nella storia della nostra vita, perché se l’Amore finisce, il pensiero di chi ci era accanto non muore nella nostra memoria (“Il pensiero di te non è finito”, tratto da “Lontananza”, “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus, parte terza, pag. 40).

Siamo stelle / nient’altro che stelle che splendono / nei cieli tenebrosi di vite altre” (tratto da “Prima che sia giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus, parte terza, pag. 48): solo l’arrivo del giorno può spegnere le stelle, ma esse ritorneranno prepotentemente a splendere in un’altra notte, in un’altra vita e, perché no, se siamo stati in grado di lasciare un buon ricordo, potranno illuminare, come un faro, anche i momenti tristi dell’esistenza di chi abbiamo amato, sotto forma di speranza di poter amare di nuovo.

È questo l’insegnamento ultimo che ci lascia il Poeta al termine del suo percorso: la perdita di un Amore è senz’altro una delle esperienze più dolorose, perché molto spesso viene vissuta come un fallimento personale, un vero e proprio “lutto”, che deve essere elaborato in modo maturo e consapevole. Ne emerge un nuovo IO, fortificato, più profondo perché si è arricchito del meglio del NOI, pur mantenendo la propria originalità.

Prendere o lasciare ….. Se ti va ……!” (tratto da “Autoritratto d’Autore”, “Prima che sia Giorno”, Fabio Cigognini, Ed. Prometheus, pag. 50) ….

Stefania77



{27 gennaio 2015}   Giornata della memoria

Da Zvi Kolitz, “Yossl Rakover si rivolge a Dio”, Adelphi. – (Lo hai già letto…?) – 

” Credo nel Dio di Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in Lui. Credo nelle Sue leggi anche se non posso giustificare i Suoi atti. Il mio rapporto con Lui non è più di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. Chino la testa dinanzi alla Sua grandezza, ma non bacerò la verga con cui mi percuote. […] Ti voglio dire in modo chiaro e aperto che ora più che in qualsiasi tratto precedente del nostro infinito cammino di tormenti. noi sepolti vivi e bruciati vivi, noi oltraggiati, scherniti, derisi, noi massacrati a milioni, abbiamo il diritto di sapere: dove si trovano i confini della Tua pazienza?”.

Fabio Cigognini
Fanny77



{12 gennaio 2015}   JE SUIS CHARLIE

untitled

“Per il bene la stupidità è nemico più pericoloso della malvagità” (cit. Dietrich Bonhoeffer)

I recenti drammatici fatti che si sono verificati in Francia, a Parigi, ci insegnano che se la storia può ripetersi, possono però cambiare le reazioni dell’umanità. Occorre compattezza dei vari Stati Europei nell’adozione delle linee politiche, perché il terrorismo è un fenomeno internazionale e non locale, occorre determinazione ed impegno ad un rigido rispetto delle regole per prevenire e debellare il verificarsi di simili episodi. Il corteo che si è svolto ieri in piazza a Parigi e in altre zone della Francia è stato un commovente esempio di spirito nazionale e di coesione internazionale contro la violenta risposta delle cellule terroriste. Un atto di coraggio, perché la “stupidità”, che molte spesso si manifesta tramite atti intimidatori, si vince con l’intelligenza e l’intelligenza si misura con il coraggio delle scelte.
“Je suis Charlie” è un omaggio alle vittime incolpevoli della strage francese e a tutte le altre, magari meno eclatanti sotto il profilo dei media, ma altrettanto drammatiche, che quotidianamente turbano le immagini dei telegiornali, entrando nelle nostre case.



Immagine L’Urlo (o grido) di Edvard Munch (titolo originale norvegese Skrik), realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello: « Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. »

*** *** *** ***

Quando l’amico Fabio mi ha proposto di trovare, tra le mie letture, un romanzo che potesse essere accostato alla poesia della Nostra Alda Merini “Sono nata il 21 a primavera”, non ho esitato un istante: il mio pensiero si è subito materializzato in “Niente si oppone alla notte” della scrittrice francese Delphine de Vigan.

Alda racconta in versi la sua malattia. Delphine espone in prosa il suo rapporto con la madre Lucile, anch’essa malata.

Folli si nasce o si diventa? Non é certamente questa la sede per millantare conoscenze medico – scientifiche che non possiedo o per ricercare cause e origini di una malattia ancestrale e nello stesso tempo ancora così attuale.

Come dichiara nell’incipit della poesia, Alda scrive di essere nata folle. Tramite il suo racconto autobiografico, invece, Delphine ci descrive una madre che, nel tentativo di rimuovere un evento doloroso della sua infanzia/adolescenza, scappa dalla vita per rifugiarsi in un mondo alternativo, lontano, schermato ed inaccessibile.

Colpisce, in entrambe le opere, il richiamo alla natura come elemento coadiuvante nella descrizione metaforica della follia.

Alda nasce il 21 di primavera, stagione caratterizzata, per antonomasia, dal clima instabile. Non stupisce, quindi, che il cielo terso di primavera possa essere, all’improvviso, squarciato da una “tempesta”, così come l’apparente tranquillità di una persona possa essere scossa da sovvertimenti interiori. Analogamente, in “Niente si oppone alla notte”, l’autrice definisce la malattia mentale “questo sprizzare come un geyser di una protesta interiore timida e a lungo sepolta”, o ancora, come evidenzia lo stesso titolo del romanzo, la follia è paragonabile alla “notte”, buia, misteriosa ed incontrastabile.

Alda e Lucile: due donne diverse, ma nello stesso tempo accumunate dalla stessa passione per l’arte e dalla stessa voglia di amare e di sentirsi vive.

“SONO NATA IL VENTUNO A PRIMAVERA” di ALDA MERINI.

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera

Ho cominciato ad amare la poesia e la letteratura quando mi sono reso conto che esse costituiscono uno strumento potente che permette a ciascuno di noi di esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri più profondi; l’arte, come già aveva teorizzato Aristotele, è terapeutica proprio per la ragione fondamentale per cui la cultura non è mai distaccata dall’esistenza concreta delle persone, ma semmai ne rappresenta la massima espressione. Ed è un vero peccato – sia detto per inciso -, da un punto di vista pedagogico, che la scuola, cioè l’agenzia educativa a cui è conferita la missione ufficiale di trasmettere il sapere, non riesca a comunicare il nesso inscindibile tra cultura e vita: per la maggior parte degli studenti il sapere si identifica unicamente con un numero, quello del voto, con effetti talvolta deplorevoli per l’identità di soggetti che attraversano una fase delicata dello sviluppo psicologico. Sono infatti convinto che una delle fonti principali del disagio giovanile sia proprio quello di non possedere strumenti che permettano ai ragazzi e alle ragazze adolescenti di esprimere adeguatamente il proprio sé e, in modo particolare, il loro modo emotivo. Purtroppo però, sovente si ha come l’impressione che per la scuola la cultura sia solo il “pre-testo” e che lo scopo principale del suo esistere sia quello di veicolare, attraverso un silenzioso e latente processo di socializzazione e precisi dispositivi pedagogici, i principi cardini della (sotto)cultura della competitività, su cui il sistema economico occidentale neoliberista si fonda.

Dunque, in sintesi: unità di vita e cultura, letteratura e poesia come irrinunciabili strumenti linguistico – terapeutici della formazione umana. Ebbene, credo di potere affermare, senza esagerare, che Alda Merini sia una di quelle figure, all’interno del panorama poetico – letterario italiano contemporaneo, da cui tutto ciò traspare in modo particolarmente evidente. Lo dimostra, tra le altre, la poesia che desideriamo proporre all’attenzione dei nostri lettori, forse la più famosa della poetessa milanese.

L’esperienza che più di ogni altra ha connotato la biografia della Merini – la malattia mentale – è menzionata esplicitamente all’inizio ed è collegata alla sua nascita: “nascere folle”. Il lettore odierno che conosca anche solo in parte le teorie psichiatriche o psicologiche sulla formazione della malattia mentale, sussulterebbe: si ha come l’impressione infatti di sentire un’eco di alcune formulazioni ottocentesche, la cui tendenza si può sintetizzare nella formula secondo cui “folli non si diventa, si nasce”. Fatta salva la complessità oggi ampiamente riconosciuta alla malattia mentale e il ruolo fondamentale dell’ambiente, che non esclude una certa “predisposizione” ereditaria, occorre qui registrare ancora una volta che la sensibilità poetica riesce talvolta a cogliere aspetti che sfuggono allo scienziato: le esperienze che segnano, timbrandola, la nostra esistenza hanno quasi sempre una connotazione misteriosa, sono spesso il frutto di coincidenze e sembrano perciò scritte nel DNA del destino più che in un codice genetico. Non è un caso, allora – sembra affermare la nostra poetessa – che la sua nascita sia avvenuta proprio il 21 Marzo, all’inizio cioè di quella stagione (= la primavera) così carica sul piano simbolico, come del resto la follia; lo schiudersi delle “zolle”, allora, non fa rima con “nascere folle” solo per una questione stilistica: la rima è indice in questo caso di un legame “materiale” e di una “densità esistenziale” tra i due termini.

Un ulteriore elemento che farebbe scuotere il capo ad un’altra categoria di scienziati – i metereologi – e che parrebbe invece legato almeno indirettamente ad una sorta di ancestrale superstizione, è la relazione che questa lirica instaura tra l’apertura delle zolle e lo “scatenar tempesta”: dal punto di vista strettamente scientifico, tra le due cose non sussiste alcuna relazione di causalità. Confesso che per molto tempo sono rimasto perplesso anch’io di fronte a questi due versi, pur intuendo un significato profondo. Il senso di queste parole mi è divenuto più chiaro dopo avere letto qualche saggio di alcuni psicologi di scuola junghiana che hanno utilizzato le categorie della Psicologia del profondo come chiave ermeneutica per comprendere alcuni noti racconti della letteratura sapienziale ebraica: in modo particolare la loro attenzione è stata rivolta a Giobbe e a Giona. Sinteticamente, quei contributi mettono in evidenza come il ruolo della malattia mentale sia spesso legato ad un “sovvertimento” interiore (=”aprire le zolle”): si tratterebbe cioè di una sorta di “urlo della psiche” volto a rompere una situazione apparentemente equilibrata (“scatenar tempesta”), in realtà una trappola nevrotico – esistenziale divenuta intollerabile per il soggetto.

Del resto, anche se non è immediatamente notabile, tutta la lirica è costruita attorno a immagini contrastanti che riflettono un tentativo di “sovvertimento” – non a caso “aprire le zolle”, il verso più breve di tutto il componimento, figura come verso a se stante -: all’immagine dell’inizio della primavera e dell’apertura delle zolle, si contrappone quella della follia e della tempesta; la liberazione di Proserpina, e i “frumenti gentili” sono contrapposti al pianto ed alla sera; volutamente ambigua, invece, ritengo che sia la menzione della pioggia, che si contrappone sì a “tempesta”, ma che anticipa pure il pianto della sera di Proserpina: il personaggio mitologico (ri) nato, proprio come l’autrice del testo, a primavera (l’uscita dall’Ade, sottointesa, evoca l’espulsione dall’utero materno), non vede il sole, bensì la pioggia e, come la poetessa, cade nella “depressione serale”.

Eppure, anche in questo quadro tetro, emergono segni di speranza: la pioggia e i “grossi frumenti gentili” sono segni, seppur timidi, di quel sole primaverile che fa percepire almeno indirettamente la sua presenza anche quando non è visibile; e infine la “preghiera”, una preghiera che sembra fatta di sussulti e di lacrime, più che di parole. Ma, riallacciandoci ancora ai personaggi di Giobbe e di Giona, menzionati sopra, non si può non notare come le lacrime, il dolore – e in genere le esperienze emotivamente pregnanti – conoscano una potente trasformazione quando vengano portate al linguaggio, quando qualcuno riesca a dare loro espressione: così i due autori anonimi del Libro di Giobbe e del Libro di Giona inventano due personaggi per dare espressione a due esperienze diverse, ma accomunate da un analogo percorso di crescita umana e spirituale; Alda Merini dà invece voce alle lacrime di Proserpina (= il suo alter Ego) attraverso questa splendida lirica: la “tempesta” dell’anima, se non è cessata, almeno si è così potuta trasformare in una pioggia, lieve come l’eroina del mito.
FABIO CIGOGNINI

 

“NIENTE SI OPPONE ALLA NOTTE” DI DELPHINE DE VIGAN.

So benissimo che vi causerà dolore, ma tanto è inevitabile, prima o poi, e preferisco morire viva” – Lucile.

 

Niente si oppone alla notte” é più di un romanzo autobiografico.

È un vero e proprio percorso catartico di analisi e di introspezione psicologica, intrapreso dalla scrittrice, Delphine de Vigan, che, coraggiosamente, tenta di scavare le origini della tormentata vita della madre, alla ricerca della propria identità di figlia e di donna (cfr. “Niente si oppone alla notte”, Delphine de Vigan, pag. 211, Ed. Mondadori 2012: “Non so dire fino in fondo quale sia il senso di questa ricerca <…> ma più vado avanti, più ho l’intima convinzione che dovevo farlo, non per riabilitare, onorare, dimostrare, ristabilire, rivelare o porre rimedio a chissà cosa, solo per avvicinarmi. Sia per me stessa che per i miei figli – sui quali pesa, mio malgrado, l’eco delle paure e dei rimpianti – volevo tornare alle origini delle cose”).

Il percorso ha inizio con la tragica morte della madre, Lucile.

È proprio questo evento che fa scaturire nella scrittrice l’esigenza di scavare nel passato della sua famiglia per rivelare il mistero che, da sempre, Lucile ha rappresentato per lei, descrivendone, dapprima, attraverso i racconti, i diari e le fotografie reperiti dagli zii e dai parenti, l’infanzia, l’adolescenza e, in un secondo momento, la vita della donna e della madre, attraverso i suoi occhi di bambina, di ragazza e, a sua volta, di donna, costretta a crescere e a responsabilizzarsi troppo in fretta.

La scrittrice sente su di sé il peso di un ineluttabile destino familiare (cfr. “Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag. 211, Ed. Mondadori 2012: “<…> oggi ho la forza di soffermarmi su quel che mi attraversa e talvolta mi invade, perché voglio sapere cosa tramando, perché voglio smettere di avere paura che ci capiti qualcosa come se vivessimo sotto l’influsso di una maledizione, voglio poter godere della mia fortuna, della mia energia, della mia gioia, senza pensare che qualcosa di terribile ci annienterà e che il dolore ci attenderà nell’ombra, sempre”).

Il dolore, che Delphine intende esorcizzare con la scrittura, é sempre stato protagonista dell’esistenza di Lucile ed, inevitabilmente, della vita delle sue figlie ed affonda le sue radici in un segreto inconfessabile, quanto terribile, che si annida nella famiglia d’orgine, una famiglia numerosa, gioiosa, a tratti originale, capace di mostrarsi, agli occhi esterni, unita anche davanti alla morte e alla tragedia.

È in questo contesto che la bambina Lucile, sin da subito connotata dalla sua singolare bellezza, cresce, lasciandosi alle spalle un’infanzia, destinata a restare volutamente incerta ed oscura, per trasformarsi in una giovane donna ammirata e desiderata dagli uomini.

L’unico elemento certo e percettibile è la sofferenza che, silenziosamente, Lucile porta nel cuore e lascia trasparire dai suoi occhi, quella sofferenza, quel senso di colpa e di vergogna che la conducono alla follia e al delirio, costringendola, per tutta la vita, a restare in precario equilibrio sull’orlo dell’abisso, a metà strada tra la realtà e l’immaginario.

Quella sofferenza che costringe le figlie e, in particolare, Delphine, la maggiore – voce narrante – a crescere in fretta, ad assumere il ruolo della madre, per poter badare all’incolumità della stessa e alla sicurezza della sorellina Manon, nonché a confrontarsi con il fantasma di una malattia, altamente distruttiva ed alienante: la malattia mentale, “Questo sprizzare come un geyser di una protesta interiore timida o a lungo sepolta, l’espressione improvvisa e brutale del rifiuto, da quel momento in avanti, di lasciarsi manipolare o distruggere, che si traducono in una sfasatura di tono, in un’altezza di suono insopportabili ad un orecchio normale” (“Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag, 249, Ed. Mondadori 2012). Toccanti e profonde sono le parole con cui la scrittrice, all’epoca dei fatti diciassettenne, descrive lo stato di alienazione che colpiva la madre periodicamente: “Lucile assomigliava a tutti quelli che assumono dosi massicce di neurolettici, lo sguardo è identico, si atteggiano allo stesso modo, i gesti sembrano meccanici. Sono lontani, come schermati dal mondo, nulla sembra poterli raggiungere, le loro emozioni sono trattenute, regolate, controllate” (cfr. “Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag. 207, Ed. Mondadori 2012).

E’ vero, Lucile cade più e più volte, ma, più e più volte, trova il coraggio di rialzarsi, di rimettersi in gioco, per amore delle figlie, per riuscire a dare e ad avere fiducia, in altri termini, per il desiderio di ritornare ad essere viva.

Quella di Lucile resta comunque una straordinaria prova di forza contro un destino ineluttabile che incombe, sempre, perché “Niente si oppone alla notte”, se non il desiderio di restare vivi.

E Lucile ha voluto opporsi alla follia (emblematicamente paragonata alla Notte) che, come la morte, ti porta a sfuggire dalla vita, nell’unico modo che conosceva possibile.

Lucile é morta quando e come desiderava, cioé consapevole di essere viva.

Non sono a sindacare se la scelta di Lucile sia stata o meno una scelta coraggiosa.

Certamente non si può che essere d’accordo e condividere, tutti, il coraggio di una figlia di affrontare il dolore della malattia, di ricercare le origini del dolore per liberarsene e trasformarlo in amore, di scavare nel passato, anche a costo di rendere pubbliche questioni attuali e scottanti, per capire il presente ed affrontare il futuro.

Un libro, un’emozione che consiglio.
STEFANIA BERNUZZI

 



{23 aprile 2014}   Buon libro a tutti!

Oggi e’ la giornata mondiale del libro e dei diritti d’autore!



{22 aprile 2014}   Spunti di lettura ..

Eccoci Amici!
Tra qualche giorno non perdetevi il confronto da due realta’ autobiografiche: il romanzo “Niente si oppone alla Notte” della scrittrice Delphine de Vigan, che ho avuto il piacere di scoprire l’anno scorso e “Sono nata il 21 a primavera” poesia della Nostra Alda Merini che ci illustrera’ l’amico Fabio.



{31 dicembre 2013}   BUON 2014!

L’amico, collaboratore di questo blog, Fabio Cigognini, non poteva scovare un messaggio migliore, foriero di speranza per l’anno nuovo che e’ ormai alle porte.
“Ecco, o futuro, sono salita in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai Pennoni delle torri di citta’ non ancora fondate? Quali fumi di devastazioni dai castelli e dai giardini che amavo? Quali impreviste eta’ dell’oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagati a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro…” (Italo Calvino, “Il Cavaliere Inesistente”).

Dedicato a chi non si arrende difronte alle avversita’ della vita. Il vincitore, del resto, non e’ colui che non smette mai di rincorrere i propri sogni?!?



{20 dicembre 2013}   E’ NATALE …………….

 

Amici, per augurarVi Buon Natale non trovo modo migliore che rubare questa frase all’autore di uno dei più celebri e commoventi racconti natalizi….

Ci sono molte cose, credo, che possono avermi fatto del bene senza che io ne abbia ricevuto profitto e Natale è una di queste…un periodo di gentilezza, di perdono, di carità, di gioia…nel quale uomini e donne sembrano concordi nello schiudere liberamente i cuori serrati e nel pensare alla gente che è al di sotto di loro come se si trattasse realmente di compagni nel viaggio verso la tomba, e non di un’altra razza di creature in viaggio verso altre mete

Onorate il Natale e cercate di tenerlo con Voi tutto l’anno!!

Fanny77



{6 dicembre 2013}   Oggi mi sento romantica…

“Perche`siete in viaggio?” disse lasciando cadere la mano che stava per appoggiare alla colonnina. E sul suo viso splendevano l’animazione e una gioia incontenibile. “Perche’ sono in viaggio?” ripete` egli guardandola proprio negli occhi. “Voi lo sapete, io sono in viaggio per essere dove siete voi” disse “non posso fare altrimenti”.

Amici spero che qualcuno di voi abbia ricevuto una dichiarazione d’amore simile…
Ma chissa’ chi sono i protagonisti di questo incontro romantico??? Per ricordare un po’ della “galanteria” e del corteggiamento dei tempi che furono..recentemente rivisitato anche in TV..piu’ facile di cosi?!?



et cetera
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 208 follower