JEZABEL Irène Némirovsky, Ed. Gli Adelphi

Jezabel questo è il titolo del romanzo di Irène Némirovsky, pubblicato nel 1936.
Gladys Burnera, vedova Eysenach, ne è la protagonista, giudicata colpevole, sin dalle prime righe del romanzo, dal Tribunale degli Uomini, dell’assassinio di quello che la “gente” mormorava essere il suo giovane amante, Bernard Martin.
Ma chi é Gladys?
Alla domanda si potrebbe, di primo acchito, rispondere rinviando alle parole pronunciate dalla stessa vittima, Bernard Martin, ad un amico, qualche giorno prima di morire: “Mia madre Jezabel mi si è innanzi mostrata ….” (“Jezabel”, Némirovsky, pag. 41, Prologo, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012). Il riferimento è al fantasma di Jezebel, moglie del Re di Israele, Achab, passata alla storia per essere stata una regina spietata, perversa, lussuriosa e manipolatrice, che il drammaturgo francese Racine fa rivivere in una delle sue tragedie più famose “Athalie” (acte II, scène 5, “Athalie”, Racine), descrivendola mentre appare, pomposamente imbellettata, in incubo, alla figlia – Athalie, per l’appunto – per poi dissolversi, nel tentativo di quest’ultima di abbracciarla, in un ammasso scomposto di carne e di viscere, contesa e sbranata da famelici cani.
In Gladys, dunque, aleggia lo spirito di Jezebel?
Come in una vera e propria tragedia classica greca, il romanzo si apre con un “prologo”, in cui la Némirovsky anticipa il finale della tormentata vita della protagonista.
Ed è nel prologo che, come un’attrice, appare, sulle scene, per la prima volta, Gladys Burnera in Eysenach: di Lei, agli inizi del processo, seduta al banco degli imputati, perché accusata dell’omicidio passionale del giovane amante, si dice solo che è ancora una bella donna, che ama sedurre, filtrare, essere amata. Si ricostruisce il delitto e si emette la sentenza di condanna, basandosi sull’apparenza dell’accaduto e sull’immagine di Gladys, quella stessa immagine di donna bella ed ammaliatrice che Gladys ha sempre desiderato dare di sé e ha così disperatamente tentato di difendere nel tempo e dal tempo.
È a questo punto che la Némirovsky sembra uscire dal suo ruolo di scrittrice per assumere le vesti di regista e, come il più abile dei registi di film noir, si avvale della tecnica del flashback per fornire informazioni sul background della protagonista, informazioni indispensabili al lettore per comprendere la vera personalità di Gladys e il movente del delitto per il quale la stessa è stata condannata.
Non mi soffermerò sulla trama del romanzo, perché non è mia intenzione annoiare chi l’ha già letto o anticipare sorprese a chi non abbia ancora avuto il piacere di intraprenderne la lettura.
Mi limiterò a formulare alcune personali considerazioni, liberamente opinabili o condivisibili.
A mio parere, Gladys si presenta, pur con le dovute differenze, come una sorta di alter ego femminile del giovane Dorian Gray, protagonista del celebre capolavoro di letteratura inglese “Il Ritratto di Dorian Gray” (“The Picture of Dorian Gray”, 1891), firmato dalla penna di Oscar Wilde.
Come Dorian, anche Gladys sembra aver stretto un patto diabolico con la natura, dimostratasi, del resto, molto generosa con lei nel dispensarle un aspetto da donna “senza età”, nonostante l’inesorabile trascorrere degli anni (“La sua pelle restava miracolosamente fresca e la sua figura era ancora quella di una ragazza, morbida e flessuosa”, cit. “Jezabel”, Némirovsky, pag. 133, Cap. 13, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
Per Gladys, la bellezza – che lei associa e limita alla solo fase della giovinezza – diventa l’unica ragione di vita, una vera e propria ossessione: per essere belle e continuare ad essere amate e desiderate occorre restare o, quanto meno, apparire giovani per sempre (“non le interessava la bellezza fragile, patetica, minacciata dalla maturità; aveva bisogno dello splendore, del trionfo insolente della vera giovinezza” “Jezabel”, Némirovsky, pag. 82, Cap. 6, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
Tutta la sua esistenza sarà votata a rinnegare il passato, perché accettarlo significherebbe confessare al mondo la sua vera età anagrafica, ad essere continuamente insoddisfatta del presente, vivendo nel terrore di non apparire all’altezza delle più giovani, a temere il futuro, sinonimo di vecchiaia e decadenza.
Gladys legge sul volto e sulle fattezze delle persone che le stanno accanto i segni del tempo che passa.
Per evitare che ciò accada, nega alla figlia la possibilità di diventare donna, imprigionandola in una eterna e fittizia infanzia; allontana gli amici conosciuti in gioventù, per impedire a costoro di ricordare e di ricordarle che è esistita una Gladys anche più giovane; cela dietro il trucco qualche piccola ruga e, così, tutta l’inquietudine della sua vita (“Era sempre in viaggio. A volte quel desiderio di tagliare i ponti, che non confessava nemmeno a se stessa, la faceva sembrare un’avventuriera”. Pensava: qui mi annoio …., ma in realtà se ne andava perché aveva rivisto un volto conosciuto in altri tempi, o una casa che risvegliava nel suo cuore troppi ricordi. Non era più la febbre leggera di un tempo a spingerla da un posto all’altro, ma una fuga tragica davanti al passato”, “Jezabel”, Némirovsky, pag. 138, Cap. 13, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
Gladys è una donna egoista, narcisista, che ricerca nell’amore e negli sguardi degli uomini che frequenta o con i quali si diverte semplicemente a filtrare una risposta alla sua incolmabile insicurezza (“Aveva bisogno di essere sicura del suo potere, sicura di far impazzire un uomo come un tempo, di farlo soffrire”,“Jezabel”, Némirovsky, pag. 134, Cap. 13, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
Gladys è incapace di amare perché amare significa spesso soffrire, mentre essere amati non può che procurare piacere.
L’ossessione per l’età e l’insaziabile desiderio di conquistare nascondono, in realtà, una personalità fragile (“non è amare che voglio, è essere amata, sentirmi piccola, fragile, stretta tra forti braccia” Jezabel”, Némirovsky, pag. 90, Cap. 7, Ed. Gli Adelphi, Gennaio 2012; “Sono solo una donna, una fragile donna …”Jezabel”, Némirovsky, pag. 123, Cap. 11, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012), la personalità di una donna costretta a cercare all’esterno quell’affetto e quell’amore che, nell’infanzia, la madre, “una vecchia bambolina imbellettata e mezza matta” (“Jezabel”, Némirovsky, pag. 49, Cap. 1, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012), non aveva saputo trasmetterle.
Quando, a sua volta, Gladys diventa madre di Marie – Thérèse, è in lei che cerca conforto, in una sorta di ribaltamento di ruoli, che finisce per trasformarsi inevitabilmente in un conflitto tra generazioni.
Gladys si comporta come se fosse la figlia di Marie – Thérèse, la quale assume il ruolo protettivo, responsabile e saggio di una madre (“Ma è vero che c’è qualcosa di materno nell’adorazione che Marie – Thérèse ha per me. Perché mi vuole un bene folle…Mi dice cose deliziose; un giorno, non ricordo più a quale proposito, mi ha detto una frase che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi: mia povera mammina, non conosci la vita tu……”, “Jezabel”, Némirovsky, pag. 86, Cap. 6, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
Su questo bisogno di affetto prevale, però, l’esigenza impellente di Gladys di sentirsi giovane e ammirata e, quindi, la necessità di far credere al mondo e di convincere se stessa che sua figlia, Marie – Thérèse, sarebbe restata per sempre la bambina di sette anni del ritratto appeso sulla parete di casa (“Neanche a se stessa, nel segreto del cuore, confessava la vera età di Marie – Thérèse, diciott’anni, già una donna…”; “Aveva tenuto solo un ritratto di Marie – Thérèse a sette anni, seminuda, con i capelli che le cadevano sugli occhi”, “Jezabel”, Némirovsky, pag. 72, Cap. 4; pag.138, Cap. 13, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012) e lei la “radiosa fanciulla di un tempo” (“Jezabel”, Némirovsky, pag.146, Cap. 14, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
Gladys uccide la giovinezza altrui che le ricorda l’avanzare inesorabile dell’età e della vecchiaia, nel tentativo estremo e ormai disperato di restare giovane per sempre.
Per questo reato non esiste Tribunale terreno in grado di giudicare, ma solo il Tribunale della Vita che vede come Giudice unicamente Se Stessi (“Ah, io ho voluto bruciare nell’inferno fino all’ultimo, ho rifiutato la serenità e la pace della vecchiaia!”, “Jezabel”, Némirovsky, pag.158, Cap. 16, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
La peggior punizione per Gladys non è certo la pena inflitta per il delitto commesso – peraltro nemmeno troppo severa – quanto piuttosto la consapevolezza di essere stata abbandonata per sempre dalla sua bellezza: “Ormai era una donna vecchia e sfinita e, del resto, la si intravedeva a malapena nell’ombra della gabbia degli imputati” ( “Jezabel”, Némirovsky, pag. 43, Prologo, Ed. “Gli Adelphi”, Gennaio 2012).
Così esce di scena Gladys Burnera, in Eysenach.

Stefania

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