“IL DANNO” di Josephine Hart, Ed. Feltrinelli 2011 / “AMANTI” di Mario Luzi

“LES AMANTS” o “GLI AMANTI”, Magritte
(1928, olio su tela, 54×73 cm, New York, Richard S. Zeisler Collection)

OPERE A CONFRONTO

Il Romanzo

IL DANNO”,

Josephine Hart, Ed. Feltrinelli – 2011

Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore.

È finita.

Altri saranno più fortunati.

Auguro loro ogni bene” (cfr. pg. 167).

La poesia

AMANTI

Che mi riserva rivederti amore

quale viaggio t’hanno dato i venti?

L’oscuro avvolge questi giorni chiari

circola forse in questa luce densa

qui dove a macchie dondolanti o ferme

filtra oro ed il vino matura.

Spicco dal cielo questo frutto splendido

chiudo gli occhi su quel che porta seco

o lo stare sulle spine

o il dirsi addio a cuore gonfio

questo tempo nel tempo senza fine …

(Mario Luzi)

Jacques Lacan, personalità controversa della storia della Psicanalisi, asseriva che “l’amore è per sua natura anti istituzionale”. La sentenza lapidaria del grande psicanalista francese potrebbe costituire un riassunto plausibile, e al tempo stesso una sorta di sintetico commento, al libro della Hart ed alla poesia di Luzi che abbiamo scelto di accostare ad esso, cercando di cogliere, approfondendola, almeno una delle tante tematiche che il volume della scrittrice irlandese propone.

Un elemento  che accomuna le due opere – e che costituisce pure il cuore dell’intuizione lacaniana – è infatti un modo particolare di leggere un’esperienza molto comune, quella dell’”amore clandestino” che, proprio per il suo carattere di clandestinità, è solitamente interpretato molto superficialmente sia dai “progressisti”, per i quali diventa una delle bandiere da issare a favore della tesi della relatività culturale dei valori, sia dai “conservatori”, per cui risulta essere l’emblema dell’assenza di valori e del decadimento morale del mondo.

La chiave di lettura proposta dalla nostra scrittrice,  che emerge anche dalla lirica del celebre poeta fiorentino, ha il pregio di oltrepassare il livello morale, per cogliere invece il dato psicologico ed esistenziale in tutta la sua profondità. In quest’ottica, anche un “amore clandestino”, proprio perché la natura vera dell’eros consiste  nel suo essere anti istituzionale, può trasformarsi in un’esperienza di conoscenza profonda di sé e di reciproca “redenzione”.

Prima di avvicinare il testo di Luzi nel tentativo di offrire ai lettori una delle possibili interpretazioni, è opportuno attirare l’attenzione sul fatto che il termine “amore” conosce diverse sfumature di significato, diverse accezioni. I Greci addirittura usavano tre vocaboli differenti per indicare l’esperienza amorosa. Ora, è degno di nota che sia ne “Il danno”, sia in “Amanti”, oggetto del discorso è l’amore passionale, l’eros, appunto, che si esplicita in maniera traboccante, in modo particolare, nella fase dell’innamoramento. Ritengo che sia da porre in rilievo questo dato, poiché, a parer mio, oggi si pensa di sapere parecchio sull’eros, tutti sembrano competenti in materia e ci viene continuamente proposto in varie declinazioni, ma, come tutte le realtà inflazionate, anch’esso è destinato ad essere destituito di valore. Un valore che proprio la penna dello scrittore o del poeta può restituire (Fabio Cigognini)

 “IL DANNO”, J. Hart – Ed. Feltrinelli 2011

 “Lui, lei, l’altra. Questo triangolo mi ha affascinato <…..>. La trama senz’altro mi affascinava. Per la sua morbosità, forse; per il senso di tragedia che vi si respira. Per quel correre a perdizione che descrive così bene. Una storia piena di zone buie, di sottintesi. Pensavo che quei silenzi, lo sguardo che si sostituisce alle parole, fossero l’ideale requisito per un racconto cinematografico. E poi c’era l’Inghilterra che, nonostante la modernizzazione conserva una grande repressione delle emozioni <…>. una storia come il danno poteva svolgersi solo qui” (cfr. http://archivio storico.corriere.it/1992/giugno/25, “Chi dice donna dice danno”, articolo di Servadio Gaia, intervista al regista francese Louis Malle).

A parlare è il regista francese Louis Malle in occasione della presentazione del suo film “Fatale” (cfr. 1992 – “Damage” nella versione inglese), trasposizione cinematografica del romanzo di Josephine Hart “Il Danno”.

Eccellente cast, sapiente regia che evita di rendere banale quella che, a prima lettura, potrebbe sembrare una delle tante storie di tradimenti e di verità nascoste. Ne consiglio la visione in dvd a chi, dopo aver letto il romanzo, avverta la curiosità di assegnare un volto ai personaggi creati dalla penna della Hart.

Il Danno” è il racconto, nero su bianco, in prima persona, dell’esperienza vissuta direttamente dal protagonista, Dr. Stephen Fleming.

Quando il protagonista inizia la narrazione degli eventi, “Il Danno” si è già verificato.

Per questo, sin dalle prime pagine del romanzo, emerge un tangibile senso di tragedia e di ineluttabile distruzione. Il lettore ha, da subito, gli strumenti per capire che non si tratterà di una storia “a lieto fine”, bensì di un dramma psicologico.

Dicono che l’infanzia é formativa, che quelle prime influenze sono la chiave di tutto” (cfr. “Il Danno”, Josephine Hart, pag. 7, Ed. Feltrinelli, 2011).

L’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza del protagonista sono dominate dalla forte e schiacciante personalità del padre Tom (cfr. “La mia vita da bambino e da ragazzo sembra immersa in una nebbia, permeata dalla forza costante della presenza di mio padre”, cfr. Il Danno”, Josephine Hart, pag. 8, Ed. Feltrinelli, 2011). Stephen è cresciuto tenendo presente il motto paterno: “Decidi quello che vuoi fare e fallo”.

Così diventa medico; è il marito fedele di una bella moglie, Ingrid, “una donna completa”; è il padre  di due figli “perfetti ed amati”, Martyn e Sally; intraprende con successo la carriera politica (cfr. Il Danno”, Josephine Hart, pagg. 11/12, Ed. Feltrinelli, 2011).

La sua esistenza é solo lo spettro dell’esistenza – pressoché perfetta – che chiunque avrebbe desiderato.

In questa parvenza di armoniosa perfezione e normalità, si avverte, tuttavia, una nota stonata: la mancanza di passione, di trasporto (cfr. “La passione che trasforma la vita, e l’arte, non sembravano appartenermi” – Il Danno, Josephine Hart, pagg. 18, Ed. Feltrinelli, 2011).

La vita di Stephen Fleming scorre così, da sempre, serena, ma parallela a quella di sua moglie (cfr. “Durante tutti questi anni la mia vita e la sua avevano marciato lungo rette parallele. Eravamo una coppia di persone civili, che con serenità si avvicinavano ai loro anni più tardi” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 23, Ed. Feltrinelli, 2011) e dei suoi figli, come se la distanza emotiva potesse, in qualche modo, preservare quello stato di precario equilibrio costruito su un insieme di regole, in virtù di una sorta di formula, che, per essere appresa, richiede solo intelligenza e determinazione (cfr. “Forse avevamo imparato che la vita poteva essere organizzata a proprio vantaggio; ciò richiedeva solo intelligenza e determinazione; un sistema, una formula, un trucco” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 12, Ed. Feltrinelli, 2011).

In questo mondo, dunque, si è rifugiato Stephen per non affrontare, o meglio, per placare la sua paura: “paura dell’amore, paura di una certa intemperanza che esso potesse scatenare” in lui (cfr. Il Danno, Josephine Hart, pag. 11, Ed. Feltrinelli, 2011), finendo, così, per ricoprire una serie di ruoli (marito/padre/medico/politico) senza mai riconoscersi veramente in nessuno di essi.

Così facendo Stephen tenta di eludere la tensione vitale, raggiungendo quel compromesso di cui parla Jung nei suoi scritti, allorquando, conformandosi al ruolo approvato dalla collettività e irrigidendosi in esso, l’individuo rifiuta di ascoltare i propri bisogni interiori che, dall’inconscio, cercano di far sentire la loro voce per essere accolti dalla coscienza (cfr. “Il nostro equilibrio mentale dipende essenzialmente dalla nostra ristrettezza di vedute: la capacità di selezionare gli elementi decisivi per la sopravvivenza, mentre si ignorano le grandi verità. Così vive l’individuo la sua vita quotidiana, senza prestare l’attenzione dovuta al fatto che non ha alcuna garanzia del domani. Egli cela a se stesso la consapevolezza che la sua vita è un’esperienza unica, che si concluderà nella tomba; che a ogni secondo cominciano e finiscono vite uniche come la sua. Questa cecità consente la trasmissione di un certo modello di vita, e tra quelli che lo mettono in dubbio pochi sopravvivono” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 46, Ed. Feltrinelli, 2011).

Tuttavia, come in natura, i più tranquilli e piacevoli panorami possono essere sconvolti dalle tempeste, allo stesso modo, anche il più mite dei cuori umani può essere colpito da eventi tali da scatenare delle vere e proprie tempeste emotive.

La tempesta emotiva che ha colpito Stephen Fleming porta il nome di Anna Barton, la nuova fidanzata, nonché futura sposa del figlio Martyn.

Non si tratta, tuttavia – come facilmente è dato desumersi dai connotati che la descrivono (cfr. “La donna che mi stava di fronte era alta, pallida, con neri capelli ondulati tagliati corti e pettinati all’indietro. Indossava un tailleur nero e non sorrideva affatto” – Il Danno, Josephine Hart, pagg. 24-25, Ed. Feltrinelli, 2011) e dall’aura che l’accompagna (cfr. “Il suo corpo, fasciato di nero quel giorno sembrava più lungo, un po’ sinistro, spaventoso addirittura <….>” – Il Danno, Josephine Hart, pagg. 24-25, Ed. Feltrinelli, 2011) della donna angelica, ricordo del movimento poetico del Dolce Stil Novo, capace di sublimare il desiderio maschile, bensì, piuttosto, di una dark lady, dai tratti – oserei dire – quasi vampireschi, che, del personaggio stereotipato del genere noir, possiede tutte le caratteristiche: sensuale, seduttrice, non necessariamente malvagia, ma certamente pericolosa e “dannatrice”.

Sin da subito è evidente il confronto/scontro tra la moglie Ingrid, bionda, tranquilla, bellissima, in grado di infondere pace e sicurezza, a tal punto da divenire per il protagonista l’dealizzazione per eccellenza della donna angelo, che, proprio per la sua perfezione, raramente si riesce ad amare di un amore terreno e passionale e l’amante Anna, mora, inquieta, misteriosa, androgina, dal potere tenebroso, capace di sedurre l’uomo, come una droga e di portarlo alla distruzione (cfr. “La mia strada era chiara. Sapevo di essermi lanciato a capofitto verso la distruzione” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 52, Ed. Feltrinelli, 2011).

L’incontro con Anna produce in Stephen un “danno” (cfr. “Ma così intenso fu il dolore che mi attraversò, che compresi di aver già subito un danno vero e proprio” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 27, Ed. Feltrinelli, 2011).

L’incontro con Stephen rappresenta per Anna la sua salvezza.

In questo gioco di Eros e Thanatos, entrambi muoiono e rinascono.

Stephen, attraverso Anna, conosce il suo vero io, avverte per la prima volta il dolore e perde la sua anima, irrimediabilmente, in un viaggio senza ritorno. Non resta per lui più niente da scoprire, più niente da salvare e più niente da perdere. La sua vita, la sua nuova vita, è terminata nel momento stesso in cui ha incontrato Anna. Di questo ne è consapevole. Il prezzo che ha dovuto pagare per essere veramente se stesso e per assaporare il livello massimo di piacere é stato alto (cfr. “<…> avevo aperto la porta ed ero entrato nella mia cripta segreta <…> ero caduto sempre più in basso e mi ero librato sempre più in alto, all’interno di una singola realtà: l’abbacinante esplosione da cui era uscito il mio vero io” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 38, Ed. Feltrinelli, 2011; cfr. “E intorno ad ogni mio incontro con lei girava questo nastro di certezza: che la mia vita era già finita. Era finita nell’istante in cui l’avevo vista per la prima volta” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 37, Ed. Feltrinelli, 2011).

Anna, attraverso Stephen, salva la sua anima, da se stessa, così interrompendo quel processo inconscio di coazione a ripetere che, sino ad allora, l’aveva indotta a rivivere situazioni penose nel tentativo di trovare una possibile soluzione e liberazione dai fantasmi del passato  (cfr. “Anna mi ha parlato della sua relazione con lei. Lei faceva parte del processo di guarigione. Ne era una parte di vitale importanza.” – Il Danno, Josephine Hart, pag. 160, Ed. Feltrinelli, 2011).

Anna riesce a svincolarsi dalla prigionia dei ricordi e dalle catene del dolore ed é libera, libera di iniziare la sua nuova vita, non più come donna pericolosa, bensì come moglie e madre di famiglia.

Consapevole che ci sarebbe molto altro da aggiungere sul rapporto tra padre e figlio, tra marito e moglie, tra l’essere e l’apparire – tematiche, peraltro molto attuali, che fanno da sfondo alla tormentata storia dei due amanti – vorrei, tuttavia, concludere questa mia breve riflessione richiamando l’incipit del romanzo, nel quale viene svelato il senso dell’intera esperienza vissuta dal protagonista: la ricerca della giusta strada interiore che conduca l’uomo a trovare il proprio posto nel mondo.

C’é un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita < ….> Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare e scoprirsi ristorati nel deserto < … > Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima e trovare finalmente il nostro posto” (cfr. Il Danno, Josephine Hart, pag. 5, Ed. Feltrinelli, 2011).

 – Stefania Bernuzzi –

 “AMANTI”, Mario Luzi

La lirica si apre in un clima di trepidazione dovuto all’incertezza di cosa possa riservare il rivedere la persona amata. Trapela una specie di distorsione temporale tipica dell’esperienza passionale; interessante è anche il fatto che, in questo contesto, si parli subito di un “viaggio”: la domanda che il poeta rivolge all’amante/amata riflette una condizione che, come si vedrà successivamente, sta vivendo egli stesso, quella del  viaggio interiore, reso possibile dalle forti passioni che si sono scatenate nell’animo degli amanti.

Splendida è poi l’immagine seguente, quasi dantesca nella dinamica interna che rivela: l’immersione in una luce quasi divina (“questi giorni chiari”/”luce densa”) è avvolta da una misteriosa oscurità. La “mirabile visione”, per citare il nostro sommo poeta, è sempre intrecciata agli “abissi oscuri”: l’oscurità circola nella luce densa.

Ambigua – ermetica verrebbe da dire – è l’immagine che chiude la prima strofa. Io credo che la funzione principale della poesia sia quella di suscitare una “corrispondenza di amorosi sensi” (U. Foscolo); in altri termini, penso che la poesia sia uno strumento privilegiato per smuovere le nostre emozioni profonde, dare loro un nome e, in tal modo, poterle rielaborare. L’ambiguità – o la polisemia del verso, se preferiamo – è allora un mezzo prezioso capace di agire in tal senso. Lasciando ai lettori la propria personale interpretazione, desidero semplicemente attirare l’attenzione sull’ “oro” e sul “vino” che “matura”: un metallo prezioso ed una inebriante bevanda(!) che ha bisogno di   maturazione …

La seconda strofa si apre con la rappresentazione di un “frutto splendido” che viene colto “dal cielo”. Dunque, il viaggio interiore, reso possibile da un’esperienza così travolgente, presenta ora il suo “frutto” che è quasi un dono divino (“cielo”, che richiama i “giorni chiari” e la “luce densa” della prima strofa): il chiudere gli occhi, che segue immediatamente, non è forse l’indicazione esplicita dell’interiorità dell’esperienza?

L’incertezza che apriva la lirica si ripresenta ora, in conclusione, sotto le vesti della precarietà, tipica del rapporto tra due amanti, in bilico tra il continuare la relazione  (= ”lo stare sulle spine”) o il troncarla, cosa che, peraltro, comporterebbe in ogni caso portare dentro di sé il lascito indelebile che tale rapporto inevitabilmente comporta (= il “cuore gonfio”, emblema di una condizione traboccante che non può non   lasciare un segno).

Proprio per tale motivo, sia “Il danno” che “Amanti” insistono sull’”interiorità”: l’amante non potrà mai ignorare l’esistenza dell’amata, causa primaria che ha innescato il viaggio nelle profondità chiaroscure della sua anima. Per questa ragione il tema dell’”essere dentro” percorre tutto il testo di Mario Luzi e come i “giorni chiari” vivono dentro “l’oscuro” che li avvolge e l’oscuro, a sua volta, esiste all’interno di una “luce densa”, così l’immagine indelebile dell’altro/a, che i due amanti portano tatuata nel cuore, apre le loro vite ad un’esperienza, in senso ampio, “religiosa”, che si potrebbe definire “redentiva” e che, per sua natura, è sempre accompagnata dalla dimensione della “croce”, vale a dire, fuor di metafora, dal dolore e dalla sofferenza, indispensabili per un’autentica trasformazione: è “il danno” nel caso del romanzo della Hart, sono “le oscurità”, “le spine” e il “cuore gonfio” della poesia di Luzi.  Anche “questo tempo”, dunque, è “dentro” un tempo eterno. Proprio per tale ragione, credo, la lirica termina con tre puntini di sospensione, particolarmente appropriati per indicare la “dinamica circolare”, “interiore” e “divina” allo stesso tempo, dell’amore passionale e “clandestino”.

In conclusione è bene forse precisare che le riflessioni che ho cercato di sintetizzare in queste poche righe, per forza di cose schematiche, non intendono certamente essere – per parafrasare il sottotitolo di una nota opera dell’analista junghiano Aldo Carotenuto – una sorta di “apologia del tradimento”; esse cercano invece di mettere in luce la forza e la pregnanza del linguaggio poetico e letterario, capace di rappresentare e di dare voce alle emozioni profonde e dunque di costituire per gli esseri umani un efficace strumento di interpretazione e rielaborazione delle vicende più significative – gioiose e/o tristi – dell’esistenza.

 – Fabio Cigognini –

3 thoughts on ““IL DANNO” di Josephine Hart, Ed. Feltrinelli 2011 / “AMANTI” di Mario Luzi

  1. Mi vengono in mente altri 4 romanzi in cui eros e thanatos si combinano magistralmente:

    Joyce Carol Oates, “Uccellino del paradiso”
    Lewis B. Patten, “Rinnegata”
    Don Winslow, “Il potere del cane”
    Cornell Woolrich, “Vertigine senza fine”

    Te li raccomando caldamente se non li hai già letti.

    • Ciao WWayne, ti ringrazio delle letture consigliate che ammetto di non conoscere. Mi incuriosiscono “Rinnegata” e “Il potere del cane”. Per caso qualche regista ha pensato, come per “Il Danno”, di fare una trasposizione cinematografica di queste storie/romanzi?Buon inizio anno! Fanny77

      • Da “Vertigine senza fine” sono stati tratti addirittura 2 film: “La mia droga si chiama Julie” e “Original Sin.” Ho visto solo il secondo, e non l’ ho apprezzato perché stravolge profondamente il libro da cui é tratto.
        Un altro romanzo di Don Winslow, “Le belve”, é diventato film lo scorso anno: ho letto il libro ma non ho visto il film, perché ero sicuro che non avrebbe retto il confronto.
        “Uccellino del paradiso” e “Rinnegata” invece non sono diventati film. Ed é meglio così, perché credo che neanche il miglior regista del mondo sarebbe riuscito a trasportare pienamente la loro magia sul grande schermo.
        Hai un ottimo intuito, perché “Rinnegata” e “Il potere del cane” sono senza dubbio i migliori tra i romanzi che ti ho raccomandato. Soprattutto il primo, che ritengo uno dei migliori libri che io abbia mai letto. E’ fuori catalogo, ma su ebay lo trovi tranquillamente e a prezzi stracciati. Grazie per la risposta! : )

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