CONFRONTO TRA OPERE: “SONO NATA IL 21 A PRIMAVERA” A. MERINI – “NIENTE SI OPPONE ALLA NOTTE” D. DE VIGAN

Immagine L’Urlo (o grido) di Edvard Munch (titolo originale norvegese Skrik), realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello: « Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. »

*** *** *** ***

Quando l’amico Fabio mi ha proposto di trovare, tra le mie letture, un romanzo che potesse essere accostato alla poesia della Nostra Alda Merini “Sono nata il 21 a primavera”, non ho esitato un istante: il mio pensiero si è subito materializzato in “Niente si oppone alla notte” della scrittrice francese Delphine de Vigan.

Alda racconta in versi la sua malattia. Delphine espone in prosa il suo rapporto con la madre Lucile, anch’essa malata.

Folli si nasce o si diventa? Non é certamente questa la sede per millantare conoscenze medico – scientifiche che non possiedo o per ricercare cause e origini di una malattia ancestrale e nello stesso tempo ancora così attuale.

Come dichiara nell’incipit della poesia, Alda scrive di essere nata folle. Tramite il suo racconto autobiografico, invece, Delphine ci descrive una madre che, nel tentativo di rimuovere un evento doloroso della sua infanzia/adolescenza, scappa dalla vita per rifugiarsi in un mondo alternativo, lontano, schermato ed inaccessibile.

Colpisce, in entrambe le opere, il richiamo alla natura come elemento coadiuvante nella descrizione metaforica della follia.

Alda nasce il 21 di primavera, stagione caratterizzata, per antonomasia, dal clima instabile. Non stupisce, quindi, che il cielo terso di primavera possa essere, all’improvviso, squarciato da una “tempesta”, così come l’apparente tranquillità di una persona possa essere scossa da sovvertimenti interiori. Analogamente, in “Niente si oppone alla notte”, l’autrice definisce la malattia mentale “questo sprizzare come un geyser di una protesta interiore timida e a lungo sepolta”, o ancora, come evidenzia lo stesso titolo del romanzo, la follia è paragonabile alla “notte”, buia, misteriosa ed incontrastabile.

Alda e Lucile: due donne diverse, ma nello stesso tempo accumunate dalla stessa passione per l’arte e dalla stessa voglia di amare e di sentirsi vive.

“SONO NATA IL VENTUNO A PRIMAVERA” di ALDA MERINI.

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera

Ho cominciato ad amare la poesia e la letteratura quando mi sono reso conto che esse costituiscono uno strumento potente che permette a ciascuno di noi di esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri più profondi; l’arte, come già aveva teorizzato Aristotele, è terapeutica proprio per la ragione fondamentale per cui la cultura non è mai distaccata dall’esistenza concreta delle persone, ma semmai ne rappresenta la massima espressione. Ed è un vero peccato – sia detto per inciso -, da un punto di vista pedagogico, che la scuola, cioè l’agenzia educativa a cui è conferita la missione ufficiale di trasmettere il sapere, non riesca a comunicare il nesso inscindibile tra cultura e vita: per la maggior parte degli studenti il sapere si identifica unicamente con un numero, quello del voto, con effetti talvolta deplorevoli per l’identità di soggetti che attraversano una fase delicata dello sviluppo psicologico. Sono infatti convinto che una delle fonti principali del disagio giovanile sia proprio quello di non possedere strumenti che permettano ai ragazzi e alle ragazze adolescenti di esprimere adeguatamente il proprio sé e, in modo particolare, il loro modo emotivo. Purtroppo però, sovente si ha come l’impressione che per la scuola la cultura sia solo il “pre-testo” e che lo scopo principale del suo esistere sia quello di veicolare, attraverso un silenzioso e latente processo di socializzazione e precisi dispositivi pedagogici, i principi cardini della (sotto)cultura della competitività, su cui il sistema economico occidentale neoliberista si fonda.

Dunque, in sintesi: unità di vita e cultura, letteratura e poesia come irrinunciabili strumenti linguistico – terapeutici della formazione umana. Ebbene, credo di potere affermare, senza esagerare, che Alda Merini sia una di quelle figure, all’interno del panorama poetico – letterario italiano contemporaneo, da cui tutto ciò traspare in modo particolarmente evidente. Lo dimostra, tra le altre, la poesia che desideriamo proporre all’attenzione dei nostri lettori, forse la più famosa della poetessa milanese.

L’esperienza che più di ogni altra ha connotato la biografia della Merini – la malattia mentale – è menzionata esplicitamente all’inizio ed è collegata alla sua nascita: “nascere folle”. Il lettore odierno che conosca anche solo in parte le teorie psichiatriche o psicologiche sulla formazione della malattia mentale, sussulterebbe: si ha come l’impressione infatti di sentire un’eco di alcune formulazioni ottocentesche, la cui tendenza si può sintetizzare nella formula secondo cui “folli non si diventa, si nasce”. Fatta salva la complessità oggi ampiamente riconosciuta alla malattia mentale e il ruolo fondamentale dell’ambiente, che non esclude una certa “predisposizione” ereditaria, occorre qui registrare ancora una volta che la sensibilità poetica riesce talvolta a cogliere aspetti che sfuggono allo scienziato: le esperienze che segnano, timbrandola, la nostra esistenza hanno quasi sempre una connotazione misteriosa, sono spesso il frutto di coincidenze e sembrano perciò scritte nel DNA del destino più che in un codice genetico. Non è un caso, allora – sembra affermare la nostra poetessa – che la sua nascita sia avvenuta proprio il 21 Marzo, all’inizio cioè di quella stagione (= la primavera) così carica sul piano simbolico, come del resto la follia; lo schiudersi delle “zolle”, allora, non fa rima con “nascere folle” solo per una questione stilistica: la rima è indice in questo caso di un legame “materiale” e di una “densità esistenziale” tra i due termini.

Un ulteriore elemento che farebbe scuotere il capo ad un’altra categoria di scienziati – i metereologi – e che parrebbe invece legato almeno indirettamente ad una sorta di ancestrale superstizione, è la relazione che questa lirica instaura tra l’apertura delle zolle e lo “scatenar tempesta”: dal punto di vista strettamente scientifico, tra le due cose non sussiste alcuna relazione di causalità. Confesso che per molto tempo sono rimasto perplesso anch’io di fronte a questi due versi, pur intuendo un significato profondo. Il senso di queste parole mi è divenuto più chiaro dopo avere letto qualche saggio di alcuni psicologi di scuola junghiana che hanno utilizzato le categorie della Psicologia del profondo come chiave ermeneutica per comprendere alcuni noti racconti della letteratura sapienziale ebraica: in modo particolare la loro attenzione è stata rivolta a Giobbe e a Giona. Sinteticamente, quei contributi mettono in evidenza come il ruolo della malattia mentale sia spesso legato ad un “sovvertimento” interiore (=”aprire le zolle”): si tratterebbe cioè di una sorta di “urlo della psiche” volto a rompere una situazione apparentemente equilibrata (“scatenar tempesta”), in realtà una trappola nevrotico – esistenziale divenuta intollerabile per il soggetto.

Del resto, anche se non è immediatamente notabile, tutta la lirica è costruita attorno a immagini contrastanti che riflettono un tentativo di “sovvertimento” – non a caso “aprire le zolle”, il verso più breve di tutto il componimento, figura come verso a se stante -: all’immagine dell’inizio della primavera e dell’apertura delle zolle, si contrappone quella della follia e della tempesta; la liberazione di Proserpina, e i “frumenti gentili” sono contrapposti al pianto ed alla sera; volutamente ambigua, invece, ritengo che sia la menzione della pioggia, che si contrappone sì a “tempesta”, ma che anticipa pure il pianto della sera di Proserpina: il personaggio mitologico (ri) nato, proprio come l’autrice del testo, a primavera (l’uscita dall’Ade, sottointesa, evoca l’espulsione dall’utero materno), non vede il sole, bensì la pioggia e, come la poetessa, cade nella “depressione serale”.

Eppure, anche in questo quadro tetro, emergono segni di speranza: la pioggia e i “grossi frumenti gentili” sono segni, seppur timidi, di quel sole primaverile che fa percepire almeno indirettamente la sua presenza anche quando non è visibile; e infine la “preghiera”, una preghiera che sembra fatta di sussulti e di lacrime, più che di parole. Ma, riallacciandoci ancora ai personaggi di Giobbe e di Giona, menzionati sopra, non si può non notare come le lacrime, il dolore – e in genere le esperienze emotivamente pregnanti – conoscano una potente trasformazione quando vengano portate al linguaggio, quando qualcuno riesca a dare loro espressione: così i due autori anonimi del Libro di Giobbe e del Libro di Giona inventano due personaggi per dare espressione a due esperienze diverse, ma accomunate da un analogo percorso di crescita umana e spirituale; Alda Merini dà invece voce alle lacrime di Proserpina (= il suo alter Ego) attraverso questa splendida lirica: la “tempesta” dell’anima, se non è cessata, almeno si è così potuta trasformare in una pioggia, lieve come l’eroina del mito.
FABIO CIGOGNINI

 

“NIENTE SI OPPONE ALLA NOTTE” DI DELPHINE DE VIGAN.

So benissimo che vi causerà dolore, ma tanto è inevitabile, prima o poi, e preferisco morire viva” – Lucile.

 

Niente si oppone alla notte” é più di un romanzo autobiografico.

È un vero e proprio percorso catartico di analisi e di introspezione psicologica, intrapreso dalla scrittrice, Delphine de Vigan, che, coraggiosamente, tenta di scavare le origini della tormentata vita della madre, alla ricerca della propria identità di figlia e di donna (cfr. “Niente si oppone alla notte”, Delphine de Vigan, pag. 211, Ed. Mondadori 2012: “Non so dire fino in fondo quale sia il senso di questa ricerca <…> ma più vado avanti, più ho l’intima convinzione che dovevo farlo, non per riabilitare, onorare, dimostrare, ristabilire, rivelare o porre rimedio a chissà cosa, solo per avvicinarmi. Sia per me stessa che per i miei figli – sui quali pesa, mio malgrado, l’eco delle paure e dei rimpianti – volevo tornare alle origini delle cose”).

Il percorso ha inizio con la tragica morte della madre, Lucile.

È proprio questo evento che fa scaturire nella scrittrice l’esigenza di scavare nel passato della sua famiglia per rivelare il mistero che, da sempre, Lucile ha rappresentato per lei, descrivendone, dapprima, attraverso i racconti, i diari e le fotografie reperiti dagli zii e dai parenti, l’infanzia, l’adolescenza e, in un secondo momento, la vita della donna e della madre, attraverso i suoi occhi di bambina, di ragazza e, a sua volta, di donna, costretta a crescere e a responsabilizzarsi troppo in fretta.

La scrittrice sente su di sé il peso di un ineluttabile destino familiare (cfr. “Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag. 211, Ed. Mondadori 2012: “<…> oggi ho la forza di soffermarmi su quel che mi attraversa e talvolta mi invade, perché voglio sapere cosa tramando, perché voglio smettere di avere paura che ci capiti qualcosa come se vivessimo sotto l’influsso di una maledizione, voglio poter godere della mia fortuna, della mia energia, della mia gioia, senza pensare che qualcosa di terribile ci annienterà e che il dolore ci attenderà nell’ombra, sempre”).

Il dolore, che Delphine intende esorcizzare con la scrittura, é sempre stato protagonista dell’esistenza di Lucile ed, inevitabilmente, della vita delle sue figlie ed affonda le sue radici in un segreto inconfessabile, quanto terribile, che si annida nella famiglia d’orgine, una famiglia numerosa, gioiosa, a tratti originale, capace di mostrarsi, agli occhi esterni, unita anche davanti alla morte e alla tragedia.

È in questo contesto che la bambina Lucile, sin da subito connotata dalla sua singolare bellezza, cresce, lasciandosi alle spalle un’infanzia, destinata a restare volutamente incerta ed oscura, per trasformarsi in una giovane donna ammirata e desiderata dagli uomini.

L’unico elemento certo e percettibile è la sofferenza che, silenziosamente, Lucile porta nel cuore e lascia trasparire dai suoi occhi, quella sofferenza, quel senso di colpa e di vergogna che la conducono alla follia e al delirio, costringendola, per tutta la vita, a restare in precario equilibrio sull’orlo dell’abisso, a metà strada tra la realtà e l’immaginario.

Quella sofferenza che costringe le figlie e, in particolare, Delphine, la maggiore – voce narrante – a crescere in fretta, ad assumere il ruolo della madre, per poter badare all’incolumità della stessa e alla sicurezza della sorellina Manon, nonché a confrontarsi con il fantasma di una malattia, altamente distruttiva ed alienante: la malattia mentale, “Questo sprizzare come un geyser di una protesta interiore timida o a lungo sepolta, l’espressione improvvisa e brutale del rifiuto, da quel momento in avanti, di lasciarsi manipolare o distruggere, che si traducono in una sfasatura di tono, in un’altezza di suono insopportabili ad un orecchio normale” (“Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag, 249, Ed. Mondadori 2012). Toccanti e profonde sono le parole con cui la scrittrice, all’epoca dei fatti diciassettenne, descrive lo stato di alienazione che colpiva la madre periodicamente: “Lucile assomigliava a tutti quelli che assumono dosi massicce di neurolettici, lo sguardo è identico, si atteggiano allo stesso modo, i gesti sembrano meccanici. Sono lontani, come schermati dal mondo, nulla sembra poterli raggiungere, le loro emozioni sono trattenute, regolate, controllate” (cfr. “Niente si oppone alla notte” – Delphine de Vigan, pag. 207, Ed. Mondadori 2012).

E’ vero, Lucile cade più e più volte, ma, più e più volte, trova il coraggio di rialzarsi, di rimettersi in gioco, per amore delle figlie, per riuscire a dare e ad avere fiducia, in altri termini, per il desiderio di ritornare ad essere viva.

Quella di Lucile resta comunque una straordinaria prova di forza contro un destino ineluttabile che incombe, sempre, perché “Niente si oppone alla notte”, se non il desiderio di restare vivi.

E Lucile ha voluto opporsi alla follia (emblematicamente paragonata alla Notte) che, come la morte, ti porta a sfuggire dalla vita, nell’unico modo che conosceva possibile.

Lucile é morta quando e come desiderava, cioé consapevole di essere viva.

Non sono a sindacare se la scelta di Lucile sia stata o meno una scelta coraggiosa.

Certamente non si può che essere d’accordo e condividere, tutti, il coraggio di una figlia di affrontare il dolore della malattia, di ricercare le origini del dolore per liberarsene e trasformarlo in amore, di scavare nel passato, anche a costo di rendere pubbliche questioni attuali e scottanti, per capire il presente ed affrontare il futuro.

Un libro, un’emozione che consiglio.
STEFANIA BERNUZZI

 

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